domenica 12 ottobre 2014

ASPETTANDO GODOT; MENTRE VOI LO ASPETTATE, IO VADO A CERCARLO.


   ASPETTANDO GODOT: OVVERO IL GIOCO DEL BUON SENSO E DELLA LOGICA ICOERENZA.
(… mentre voi lo aspettate, io vado a cercarlo.)

CERCANDO GODOT UN’ATTESA INASPETTATA. 

 PRIMA STANZA.

Andiamocene.
Non si può.
Perché?
Aspettiamo Godot
Già, è vero. (Pausa). Sei sicuro che sia qui?
Cosa?
Che lo dobbiamo aspettare”.
(Aspettando Godot, Samuel Beckett, Teatro, Einaudi ET, Torino)


"Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.
“È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione."
    (La gaia scienza, aforisma 125, F. Nietzsche, Opere, Adelphi PB, Milano)


IO. Avrei potuto esordire così, con il gigantesco Nietzsche nel suo "La Gaia Scienza": infatti ho esordito così, con il gigantesco Nietzsche nel suo "La Gaia Scienza". /compiaciuto/

OI. L'incipit è noto. 
                                                                    
IO. /legge con enfasi/ Vladimiro ed Estragone stanno aspettando su una desolata strada di campagna un certo "Signor Godot" - /Vladi ed Estra sono anche chiamati: Didi e Gogo /.
Secondo gli studiosi più accreditati l’opera teatrale[1], più rilevante e significativa, di Samuel Beckett, sarebbe proprio “Aspettando Godot” –

OI. /con un sospiro/ Beati loro, a me, talvolta, non riesce neppure distinguere il significante dal rilevante.

IO. Aspettando Godot è opera drammatica, costruita intorno alla condizione dell'attesa, in un continuum tra giochi linguistici ed intenzionali rimbalzi semantici dei significati.

OI. Quindi, a sentir loro, gli “accreditatissimi”, il tema del dramma sarebbe costruito intorno alla condizione dell'attesa, mentre dal punto di vista dell’analitica del testo emergerebbero, di volta in volta, giochi linguistici e rimbalzi semantici intenzionali, rispetto alle significanze[2], più o meno espliciti?

IO. Ci arriviamo, dammi fiato. Dunque dicevo: se le cose stanno così i nostri Didi e Gogo, e noi con loro, saremmo più che legittimati a starcene seduti in attesa: ma in attesa di che o, in questo caso, di chi? /alzando interrogante gli occhi al cielo/

OI. Beh, di Godot, è ovvio!

IO. Ovvio? Sei sicuro che sia davvero così? Se si, come fai ad esserne sicuro e a partire da cosa lo sei? Voglio dire, stanno davvero in questo modo le cose, “come questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso”?  … /tra sè e sé ma ad alta voce/ Per la verità sto cominciando a crederlo anch’io.

OI. Dio!, punto.

IO. No, no, no, Dio non è stato punto da nulla, almeno credo che non lo sia stato; il punto, appunto, è che, a guardar bene, in Inglese “God” significa Dio, mentre "dot" si traduce con "punto".

OI. Tu dici?

IO. Ma certamente! Quindi ho ipotizzato che Beckett, in questo modo, abbia volutamente, almeno così io credo, lasciato libera interpretazione sull'identità di Godot, tanto per far impazzire i golosi.

OI. E questo cosa c’entra?

IO. C’entra, c’entra. Dato che, a me così risulta, il nostro Samuel, perfettamente bilingue, aspettando Godot lo scrisse in francese, come tutti i suoi capolavori del resto, noi siamo letteralmente autorizzati, senza alcuna idiosincrasia retorica, tipica dei critici rompicoglioni di sinistra, a sbattercene le pagine sul tavolo, come pugni tesi nelle tasche rotte, e concederci alla libera lettura del testo.

OI. Cogito, ergo…?
  
IO. /con un poco di retorica / Se è vero che il suffisso "ot", in francese, vuol dire a sua volta "piccolo", dando così un'ulteriore caratteristica al Dio del quale si questionava poco più sopra, noi possiamo saltellare di qua e di la nel testo, non senza un impudico compiacimento, nel modo che più ci aggrada.

OI. Bilocazione letteraria dunque: olé, olé, olé.

IO. Tempo fa ho letto, solo perché lo so fare, che in un'intervista, Beckett stesso, respingeva categoricamente questa lettura del suo Godot: “… non avevo alcuna intenzione di riferirmi a Dio.”

OI. Ecco, vedi!

IO.  Balle!, amico mio, balle! Piccolo o grande che sia qui Dio c’entra come i cavoli a merenda /pausa, alza lo sguardo perplesso al cielo/; per inciso mangiare i cavoli a merenda è arbitrario tanto quanto non farlo,  pertanto io, del tutto arbitrariamente, Dio, ce lo faccio entrare, come il punto sulle ¡ e la dieresi sulle Ö.

OI. Io non ti capisco; anzi, io non ci capisco più niente!

IO: Ma è ovvio, dai!, a questo punto il divertimento del Beckett, naturalmente a danno di noi poveri lettori comuni, consisterebbe nel far emettere, ai dottissimi interpreti del suo pensiero, giudizi, sentenze  e amenità metafisiche, sulle intenzioni ultraesistenziali dell’uomo comune in rivolta, che non sa neppure di sé, del tipo: “L'autore voleva sottolineare la frustrazione dell'uomo nel suo tentativo fallimentare di "muoversi", procedere, cambiare la sua posizione…”, e che a me, d’altro canto, fa scrivere che l’uso  della parola "Godot", nella forma crastica  dalle due parole, "go" e "dot", cioè "va" e "fermo", poiché "dot" in inglese è "punto", che Go+d+ot spiegherebbe l’intenzione del Beckett di parlare di Dio per bocca dei suoi protagonisti.

OI. Con tutto quel che segue.

IO. “Hai letto la Bibbia?”

OI. “La Bibbia?... Mi pare d’averci dato un’occhiata qua e là, una sbirciatina, giusto per …”

IO. /interrompendolo/ Vedi!, è proprio questo il punto.

OI. /con ironia/ E la virgola?

IO. A dire la verità, posto che la verità si lasci esaurire nel linguaggio, a me pare che parli dell’uomo, piuttosto che di Dio; tuttavia non sono in grado di sostenere che, in definitiva, lo faccia, come abbiamo detto prima, per sottolineare la frustrazione dell’uomo nel suo tentativo fallimentare di muoversi, procedere e cambiare la sua posizione, ma piuttosto senta l’esigenza d’interrogarsi interrogandoci …

OI. Interrogarsi interrogandoci? E per quale motivo sentirebbe l’esigenza di farsi delle domande, o di farle a qualcuno?

IO. Per un fatto di logica incoerenza.

OI. Logica incoerenza?, ma non ha senso!

IO. Questa è buona! Appunto, vedi?, la questione sta proprio qui, nella incoerenza della sua logica ferrea e rigorosa, ma piena di buon senso.

OI. Fammi prendere fiato e ricominciamo daccapo.

IO. Niente da fare!, dobbiamo procedere oltre, non possiamo ricominciare: è impossibile.

OI. Ti prego, si ragionevole … 

IO. No!, cioè si, riprendiamo la “lotta”, e bada bene che non abbiamo ancora neppure cominciato a scalfire la questione.

OI. /rassegnato/ Va bene, ti ascolto.

IO. C’è un passaggio all’inizio del primo atto dove Estragone dice a Vladimiro: “Si può sapere dove il signore ha passato la notte?”, e Vladimiro risponde: “In un fosso.

OI. Attento!, certi pensieri sono troppo per un uomo solo; comunque va avanti, cominci ad incuriosirmi.

IO. D’altra parte a che ti servirebbe scoraggiarti?

OI. /minaccioso/ Vuoi farmi inquietare!?

IO. D’accordo, d’accordo! Ecco qui cosa ho pensato: la domanda che, non senza una certa freddezza, l’uno rivolge all’altro e che sembra posta con un tono che tradisce una sensibilità risentita, chiede della distanza siderale che li ha separati quando erano ad un passo dal lanciarsi nell’abisso.

OI. /tra l’ironico ed il sarcastico/ Si, come no!, dalla Torre Eiffel e, magari, tenendosi anche per mano.

IO. Infatti! Se solamente non m’interrompessi continuamente capiresti cosa sto cercando di dire; ricordi, a poche righe dall’inizio del primo atto, dopo la pausa di silenzio che segue il “… dove Vostra Altezza ha passato la notte?”?

OI. /nell’atto di pensare/ Mi pare di ricordare qualcosa … Maledizione!, questa scarpa mi duole … /nell’atto di levarla/

IO. Ma che fai?, ti sembra il momento? Bah! Non importa, andiamo oltre; stavo dicendo che Didi e Gogo erano ad un passo dal lanciarsi nell’abisso ma sono stati trattenuti.

OI. /sotto voce/ Peccato! E da chi?/togliendosi la scarpa e fissandola nell’interno/

IO. Credo dai pensieri della gente perbene.

OI. /alzando la testa verso IO con aria inquisitiva/ Della gente perbene? Ma che significa “dalla gente per bene”?

IO. Gli uomini comuni, quelli che se la prendono sempre con qualcuno quando la colpa è di qualcun altro; quelli che si lamentano sempre delle cose che vanno male ma vi è, infine, sempre un interesse profondissimo in ogni epoca della storia dell'uomo a che le cose vadano alla malora: e chi vorrebbe mai uscir fuori dalla propria malattia!?
OI. /tra se e se/ La cosa comincia a preoccuparmi. /ad alta voce/ Forse qualcuno che ha voglia di farsi quattro passi, qualcuno che conservi ancora un briciolo di buon senso. 

IO. Non ti capisco, non potresti essere più chiaro? Lasciamo stare. Te li ricordi i Vangeli?

OI. /ridacchiando sotto i baffi/A giorni alterni ed intervalli dispari.

IO. /guardandolo con fastidio e sospetto/ Be’!, per sicurezza te li racconto lo stesso.

OI. /guardandolo divertita curiosità/ Tutti, tutti?

IO. /sempre più irritato/ Non sei per nulla spiritoso, amico mio.

OI. /ridacchiando/ E chi vuole essere spiritoso!?

IO. Se è vero che il nostro autore voleva parlare di Dio senza farsi troppo scorgere, lo fa in maniera magistrale ed anche un poco subdola /quest’ultima, fingendo di pensare, ad alta voce/

OI. /continuando a fissarsi la punta dei piedi/ Perché subdola?

IO. Te lo dico: subdola perché è dall’abisso dell’inferno che fa recitare la parte, a Didi e Gogo, dei due ladroni!

OI. /inquisitorio ma distratto/ Quali ladroni?

IO. Basta!, io me ne vado! /fa per andarsene/

OI. /cercando di sdrammatizzare/ Dai, andiamo, andiamo, bisogna rilanciarti la palla, di tanto in tanto.

IO. /si ferma/ Va bene, ma non accetterò altre provocazioni d’ora in avanti.

OI. D’accordo, d’accordo. /a bassa voce e sospirando/ Terribile sacrificio!

IO. Dunque…, due ladroni, crocifissi assieme al Salvatore; è da qui che parte lo spunto per parlare di Dio, dell’attesa, della Morte, della morte dell’uomo, della sua salvezza e della sua condanna… /fissando la sua ombra/…almeno credo.

OI. /inebetito o fingendo di esserlo/ Và avanti, ti sto ascoltando.

IO. /simulando timore reverenziale/ Si? Non ti sto annoiando?

OI. /simulando interesse/ No-no, anzi.

IO. E poi c’è l’Albero.

OI. /sorpreso si guarda attorno/ Albero, quale albero?

IO. Quello biblico, che è metafora dell’Albero della Vita e della Morte ed anche di quello della Conoscenza del bene de del male. /come ispirato/ E’ proprio li che, Didi e Gogo, stanno aspettando Godot, è la condizione per incontralo: aspettarlo davanti all’albero.

OI. Qui di alberi però ce ne sono due. /tra se e se/ ed uno è di troppo, mi pare.

IO. Certo! Sta anche qui il gioco della logica incoerenza: nel riportare il due all’uno e l’uno al due.

OI. Tombola!

IO. /indispettito/ Avevi promesso di smetterla con l’ironia.

OI. /alzando le mani in segno di resa/ Scusa, scusa, però, pensandoci bene, l’albero e la pietra non sono simboli pagani?

Io. Che cosa vorresti dire?

OI. Mi ricordo che ad un certo punto del primo atto dopo la discussione sui Vangeli e dopo aver discusso dell’albero...

IO. /interrompendolo/ Si, hai proprio ragione è proprio così, l’Albero e la Pietra sono simboli, sono rimandi espliciti a…

OI. Beh, io veramente non alludevo a nessun simbolo, dicevo così per dire, per vedere se la mia memoria era ancora buona …

IO. /agitato e rosso in viso/ Oh, insomma! Vuoi piantarla d’interrompermi e lasciarmi parlare!?

OI. /piagnucolando/ Sei spietato e crudele.
.
IO. Ti prego, per l’ultima volta, lasciami continuare il ragionamento senza interrompere.

OI. /rassegnato/ D’accordo, ti ascolto.

IO. Ripartiamo dai Vangeli, come ben sai sono quattro e solo in uno di questi si parla dei due ladroni, perché Didi ad un certo punto se ne salti fuori con questa storia dei ladroni dei Vangeli…?

OI. Ah, io non lo so proprio.

IO. /guardando torvo il suo interlocutore ma continuando a parlare/ E’, appunto, quel che stavo per dire. Credo che Beckett abbia voluto, appositamente, disseminare d’indizi il suo “dramma dell’abbandono e dell’attesa” a partire proprio dall’apparente casualità dei rimandi simbolici tipici della tradizione biblica.

OI. Però, chi lo avrebbe mai detto, salvati dall’inferno.

IO. Chi?

OI. Come chi, i due ladroni! /pausa/ Non avevi detto così?

IO. No, avevo detto che c’è una gran confusione nei Vangeli perché non tutti gli evangelisti parlano di questo fatto: due lo omettono, un altro dice che tutti e due lo hanno insultato e l’ultimo dice che solo uno si è salvato.

OI. /rimirando la scarpa che ha in mano/ Effettivamente è un gran bel pasticcio. E la gente che dice?

IO. La gente è troppo cretina, non sa quel che dice e non sa neppure quello che fa; ha sempre una doppia vista a seconda di quello che le conviene. Questo carattere transitorio degli uomini mi ha sempre infastidito, sino allo sfinimento.

OI. Non ci pensare, la doppiezza nell’azione umana è proprio il riflesso del suo carattere transitorio.

IO. /muovendosi nervosamente / E’quel che ho detto.

OI. /muovendosi verso IO/ E poi, lascia proprio che te lo dica, a me i due ladroni non sono mai piaciuti. Troppo attaccati alla vita, /alzando il tono della voce/ mi sa che è per quello che li hanno crocifissi!

IO. /lo guarda basito/ Credo che invece il motivo sia un altro.

OI. E quale, di grazia?

IO. Credo sia stato per la loro doppiezza, intendo dire che se è vero che il doppio è da sempre la metafora dell’anima, era inevitabile che arrivassero sulla soglia limite del qui e del là.

OI. Un poco come noi due.

IO. Che intendi dire?

OI. Oh, soltanto che non siamo ancora venuti a capo di nulla del tuo ragionamento iniziale, insomma io non ho ancora capito se poi aspettare Godot è servito a qualcosa.

IO. Già, è vero.
...continua












[1]  Aspettando Godot, da molta critica teatrale è stata,  a lungo,  considerata l’opera più significativa del teatro del secondo Novecento.
[2] La significanza è una nozione legata alla teoria letteraria.
Secondo il teorico Michael Riffaterre, all'interno di un testo letterario, ogni singola parola interagisce con le altre nel contesto per creare un effetto di senso, appunto una significanza. Dunque l'unità di senso del testo non sarebbe data dalle singole parole ma da tutto il testo e le parole perderebbero la loro referenzialità  che invece hanno nel linguaggio comune, ordinario. A seguito di ciò si crea una sostanziale differenza tra linguaggio comune e linguaggio della letteratura.

giovedì 25 settembre 2014

"Dai Ale, andiamo a farci un giro, che mi scappa da pisciare". A Dalì.



 "... estremamente intenso e grande", l'etimo è questo; il rimando, almeno, decide la questione in questi termini. 

Però io continuo a guardarti e non posso fare altro che guardarti, mentre ti spegni, lentamente, senza che io possa... e che altro potrei "fare" se non stare guardare?, un guardare che mi costringe a vedere, un vedere che è intuire l'atrōce(m), e la sua deriva è l'āter: il ‘nero’.

Stai lì con quel "muso di cane" che è una delizia per gli occhi, ma un abisso per il cuore; e già perché lo vedo che mi dici "...lasciami andare che non ce la faccio più nemmeno a pisciare...lasciami andare".

Ed io che ti vorrei lasciare andare e restare, poi, però... ancora un poco perché, forse sì, ce la possiamo fare ... ma che possiamo fare tu ed io?, io che son niente e tu almeno un cane, il "mio" cane, ma poi lo so, che sono io che son tuo, e non il padrone, che vuol dir niente... BESTIA CHE SONO!, quando lo penso anche per un istante solo.

E ti vedo, lì, soffrire con garbo, silenziosa, con quella dignità regale che un uomo a mala pena sa scrivere, e poi, mentre lo fa, si pasticcia la lingua del pensare; comincio a frignare, e tu che mi guardi come a dire..." ma che ti metti a fare, su, lascia stare."

................................................................

Adesso ascolto il tuo respiro, carico del male che t'uccide; sì d'accordo, un poco anche l'età fa la sua parte; quell'età che ci attraversa tutti, senza esitare... come me, come te, che sei ancora qui per me che non so come fare a lasciarti andare, e mi vorresti consolare, battermi la zampa sulla spalla e dirmi, a mo' di scherzo,..." dai, mi sembri un bimbo che ha perso la sua palla.".

Tu sì, invece, che sai sempre come fare a conquistare il mio cuore ignorante, il mio bel volto di gigante.

Appoggia, dai, il tuo bellissimo muso sulla mia gamba, mentre leggo libri seri e intelligenti, forse troppo per lasciare spazio all'amore: se non fosse per te sarei rimasto il somaro che sono ... no, no, non di libri, certo, lo so che di quelli sono perfino troppo "obeso", sempre così preso dal danzare della mia intelligenza stellare... e tu lì a guardare quell'uomo sospeso, che spesso non si sa più nemmen trovare; neppure quando si siede a mangiare riesce a smettere di pensare... ti sento ancora respirare, "AMOREMIODELSAU", ti chiamo sempre così, t'ho sempre chiamata così e tu...


... " dai Ale, andiamo a farci un giro, che mi scappa da pisciare". 











sabato 14 giugno 2014

PICCOLE ATROCITA’

PICCOLE ATROCITA’.

UNA REVISIONE CORRETIVA: LA PROSPETTICITA’

LA NOSTRA VITA NELLA GRANDE CITTA’
CORRE CON IMPETO DI PASSIONE
E SUONA ... SUONA DOPO OGNI PIOGGIA
CON TROMBE E PIFFERI
DIETRO I RAMI DI MELO FIORITI ...

MUSICA D’OTTONI!

... ,CHE PRELUDIO QUESTO
ALL’ANIVERSARIO DEL LAVORATORE
ORE, ORE ... NEL MIO OSCURO BOSCO DI TASSI
L’APPASSIONATO LETTORE DILATA LO SPIRITO
E NEL SILENZIO DIVORA SASSI.

PRELUDE! VANITE’! BELLA GIOVENTU’… !

COME CI PRENDE  ... VIA! ... COSI’
VOGLIO PARLARE
BALLARE BALLATE DELLA VITA ESTERIORE ...

VENITE ! ...VENITE ! ...

IL MIO BERRETTO  ROSSO DANZA
 INTORNO A UN SOLE AZZURRO
DOVE FIORISCONO CANNONI.

MA, AHIME’ IL BUON DIO E’ MORTO
ED IL MIO POPOLO AGLI ANTIPODI
SOGNA
UNA RISPOSTA FIABESCA.

PRIMO MAGGIO!

INVETTIVA IRRISPETTOSA
LA MIA LINGUA
SEMPRE DA DEFINIRE
POICHé .. .CHI SI VOLSE SI TOLSE LA DIFESA DAI LUPI.

OH! SE SOLTANTO SAPESSI ... ACCOSTARMI ALLA NOTTE
SVANIRE ... TUTTI I GIORNI
SVANIRE A COLORO CHE VERRANNO
ALLA MIA UN MILLE MADRE
METAMORFOSI DELL’IMPARARE ... 
SALMI
CIBO DI PROFETI PRIVO DI POTERE ...

SILENZIO!

... CANTO DEI MORTI SENZA NOME
DEI VIVI SENZA FEDE ... TUTTI I GIORNI
CIò CHE SONO,  
(NON VOGLIO
NON DESIDERO)
QUEL CHE DESIDERO
(È  CIò CHE HO
 E’ QUEL CHE SONO)
 NON HO,

EDIZIONI FRANCESI

EDIZIONI FRANCESI  

PERI’, PERI’ LA MIA PAZZIA
DELIZIA CIUCCIA DITA.

OH!... LO SAPPIAMO,
MA NON CE NE' VOGLIAMO CONVINCERE.
                                                   
COSI’, L’UOMO CON LE ALI, ALL’ ANIMA
SEMPRE SI DEVE IMMOLARE ...

TREMANDO PRESI LA VIA DEL CIELO
E CON UN PESO LUNGAMENTE
MA PER SOGNARE ...
NESSUNO!
... MALINCONICAMENTE

LONTANO M’AFFERRA
INFINITA,
TRAMA PROFONDA,
NEL MIO CUORE GUARITO
TRISTEZZA SCINTILLA.

BAMM!... VIBRA LA SCURE D’UN BACIO
CHE LABBRA DILETTE RIAPRONO
E VERSA, IL MIO NUOVO SANGUE, COCENTI GOCCE SONORE

...COLPI D’ALA PIU’ NON UDII;

MI MORSE COME UN FANCIULLO IN CUI
ANCORA TACE IL DOLORE E
...LA LIBERTA’ :

AMPIO AZZURRO OSCILLANTE D’(UN) ALTALENA   
così

VIBRA DI NUOVO, LA SCURE , D’UN TREMITO SEGRETO.

VIIIBRAAAAAAAA! BAMM

 ...UN TREMORE DI FRATERNE MANI
IN QUESTA BREVE STANZA VIVE, L’AMBIZIOSO,
ASSONNATO METALLICO SAPORE DI FIORI ROSSI IN LICENZIOSO MARE,

CALMA PROFONDA DENTRO L’ACQUA NON UN SIBILO
INTORNO,
A TE GUARDA , INQUIETO NAVIGANTE , IL PADRE-ORRORE
OVE IL FIGLIO-FANCIULLO D’UN TRATTO FREME FRA NOVELLE
ARIDE,
STELLE D’AVORIO IL CIELO, FENDE ALL’ACQUA RIVE
CHE LA RENA DEL DESERTO TRANGUGIA
AVIDA:
VIENI! PRENDI I TUOI FRATELLI!
PRENDI E VIENI PIANO DOVE S’ACCOPPIANO RUSCELLI
E MAESTOSO SI GONFIA TUTTO UN POPOLO
CHE IMPONE NOMI ALLE CITTA’ SULLE SPONDE
ED IL SUO RE SUL TRONO INNALZA...

AVANZA!

... QUANDO ERO BAMBINO
L’OCCHIO AL SOLE RIVOLGEVO IMMAGINANDO
UN CUORE SIMILE AL MIO

UN ORECCHIO CHE UDISSE IL MIO CANTO.

martedì 4 marzo 2014

UN CONCETTO FACILE FACILE: "IO LA DIFFIDO!".


Partiamo da un concetto facile facile, ovvero la differenza che intercorre tra una persona intelligente ed una profondamente connotata dall'inequivocabile tratto dell'imbecillità. 

Perché ho scritto della differenza?, per la semplice ragione che recentemente m'è accaduto d'assistere ad un fatto, tutt'altro che inconsueto nella nostra società altamente civilizzata (scherzavo scrivendo civilizzata), e che, nonostante tutto, m'ha dato modo di riflettere, appunto, sul concetto di "diff-erenza": differentia, quale derivato di diffĕrens. 

Bene, dunque, ecco gli elementi di ragione in sintesi:

IL FATTO
Un amico carissimo, professionista indipendente, di non comune intelligenza e sensibilità e grande competenza, è stato, prima insultato, e poi minacciato dal top manager d'una notissima "azienda" italiana. 

L'INSULTO 
Assodato che l'insulto è l'angusto rifugio dei "rettili" delle relazioni umane, domandiamoci  ora: che sarà mai la minaccia?

LA MINACCIA
In genere la minaccia è la rappresentazione verbale di un fatto (factum), o come se fosse già un fatto agente; la minaccia è, dunque, il fatto di promettere o annunciare un male, un danno, un castigo: per Giove!, nemmeno fosse Dio Onnipotente.

IL MOVENTE 
L'invidia, la smisurata ambizione, l'egoismo cronico, il senso di frustrazione tipico dei "nani" di fronte ai "giganti", la miopia congenita d'un'anima indolente, certo non come quella d'un Baudelaire in "Il mio cuore messo a nudo", piuttosto direi, in una parola: l'imbecillità d'un cieco idrofide bianco. 

LA PERSONA DIFFIDANTE
Non pervenuta, mi spiace.

Ora però vorrei tornare, per un momento, al concetto, facile facile, di differenza ossia al termine che ne delinea, tratteggiandolo, il contorno di senso ed anche il suo orlo semantico: differenza come mancanza d'identità, quindi di somiglianza o di corrispondenza fra persone o cose che sono diverse tra loro per natura o per qualità e caratteri, "nani" e "giganti" dicevo poco sopra, dunque, almeno fin qui, mi pare i conti tornino.

Sono le contesse, il termine lo uso come lo si usa in meteorologia, o meglio le contese che non tornano, che restano là dove sono state istruite, imbastite, appunto, allo stesso modo che costituisce il vento una nube, cumulo di spire elicoidali ed ammasso di vapori bianchi.

Esse non sono certo fatte per far librare in alto aquiloni, in competizioni di valore o di bravura. 

Le contese sono il frutto velenoso che brama la disputa, che è sottana notoriamente puttana, che litiga, contendendo, non solo per cose da nulla ma per il nulla stesso. 

Nelle contese si urla, si contrasta per impedire, cercando di togliere ad altri qualcosa che si vorrebbe per sé; si vuole il "premio" o il "posto" di qualcuno: "...nessuno mi può contendere questo diritto!, nessuno può togliermi ciò che voglio per me! ". 

Chi avrebbe detto che sarei arrivato fin qui, a dire, scrivendo, di quel che io credo sia il senso della differenza, nel suo dirsi e soprattutto nel suo farsi così, facile facile, come costituisce il vento una nube. 

Voi però, a partire da ora, DIFFIDATE!