venerdì 22 settembre 2017

ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.



ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.

Nella biblioteca del mio nano-loft modenese ci sono alle pareti, appesi come prosciutti, 5000 libri circa (ci sono anche i quadri, pochi per la verità, peraltro non assoluta, e i libri, forse, sono un poco meno)
..."...li hai letti tutti?"(voci dal coro)
“...chi se ne frega!”(voce che sfancula il coro).
E lo so!, come inizio è un poco debole, moscio moscio, ma tant'è.
La verità è che zio Paperone è uno che s'incazza forte: medita, rimugina e rumina, rumina e rimugina e, "mumble..., mumble...", carica la bombarda, s'infila la vecchia tuba e ...bhè il resto lo sapete.

. L’antefatto.
Sfrucugliavo (anche sfruculiare va bene), pochi giorni addietro, su LinkedIn e, sfruculia che ti sfrucuglia, m’imbatto in alcune immaginette votive, prontamente arredate dai vari editori dei relativi “pulse”, sulla nitida bellezza della tecnologia e la grandezza di questa moderna invenzione: che stupore i "nativi digitali" di qua, i "millenials" e "pirla 2.0, 3.0, 4.0” di là; per non dimenticare poi gli "eroi" della banalità che stanno un po’ qua e un po’ là.

TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO - PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
E POI… L’ESSERE UMANO.

Il mantra-martello picchietta sui coglioncini di cristallo.

. La scimmia nuda.
Inforco i miei occhialoni di tartaruga (Bombay Book Club, Paul Frank, “oculi de vitro cum capsula” nero, arancione e beigeSSS su plastica) e mi pro-jecto a capofitto nelcontest dei content; leggo avidamente alla ricerca dei contenuti di senso dei “pulse” (ammetto che qualche d’uno è di rilievo); leggo, leggo ancora, rileggo un’altra volta: il nulla, a parte le parole naturalmente.
E già, le parole...la parola è una tecnica (tèchne) pensola lingua una tecnologia. (n.d.r. so che qualche "anima bella" freme dalla voglia di farmi presente la lezione di M. McLuhan su “medium e messaggio”)
La parola di tutti i giorni, di tutti i secoli prima di noi, è una tecnica (la parola ci “fa”, come dire, ci pro-duce da sempre, da quando l’uomo è il medium-parlante) e non semplicemente nel senso banale, cioè comune, di modalità operativa; la parola è una tecnica in quanto fondamento di una tecnologia: la lingua appunto (l’ho già detto? ehhhh vabbé, ho l’alzheimer!).
Mumble..., mumble...; quindi, se la cosa sta accussì, il punto, mi pare, sul quale “sculacciare” la faccia ai guru guru è questo: amici cari, non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché semplicemente non c’è.
Perché dico sta robetta da nulla?
Perché la dicotomia: qui l’uomo, laggiù la tecnica, celebrata, più o meno esplicitamente, nei “Pulse”, nei “TED” nei “Bip” o nei “Bop”, è una minchiata; ergo: non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché non c’è.

NON ESISTE L’UOMO SENZA LA TECNICA!
(n.d.r. Non foss’altro perché è lui che la produce ovvero l’uomo produce se stesso insieme alla sua tecnica, ma questa è roba per fighi pazzeschi, sorvoliamo per il momento)

. La scimmia nuda s'infila le mutande.
Ora, mi rendo conto che chi si prendesse mai il disturbo di leggere quel che qui scrivo potrebbe domandarsi: dunque?
Dunque, amico caro, fai bene attenzione che la stragrande maggioranza dei guru-guru parlanti per il tramite di questo net-work, LinkedIn appunto, parla, per lo più, senza sapere di parlare (per la verità non sa nemmeno quello che dice quando è parlata dal linguaggio, direbbe quel gran pezzo di figo di Heidegger): e scrivono pure libri!
Naturalmente scrivere libri va benissimo, le biblioteche ne sono piene; persino io, come scrivevo sopra, ho una biblioteca poderosa... si, si, quella del nano-loft modenese.
In ogni caso la robetta da nulla di cui scrivo, come un qualsiasi scemetto di questo mondo, ha le sue fondate ragioni anche nel breve confronto scritto che ho avuto recentemente con Ivan Ortenzi, qui su LinkedIn, in merito al suo intervento tenuto al #BIpFF17 presso il milanese Palazzo Mezzanotte. (Cfr. https://youtu.be/czXJNa0ljao)
Il contesto è grossomodo quello che segue:
Ortenzi, dopo una lunga introduzione a vocazione storiografica, indugia per un istante sul da dirsi per poi sfoderare una sciabolata concettuale che avrebbe lo scopo di tagliare di netto il “fare” dell’uomo tecnologia da sempre, relegando, quindi, tutto quel che c’era prima in una indefinita oscurità primordiale, per sostenere che “all’improvviso avremmo a disposizione dei (n.d.r. oKKio a sta parola) dispositivi” tecnologici il cui obiettivo sarebbe migliorare le nostre “performance” cognitive (n.d.r. e la madonna!, ma dai?), cambiamento al quale l’essere umano non è abituato perché ha sempre mantenuto la famosa “Ars” romana come caratteristica unica del nostro vivere su questo pianeta.”.
Ergo, continua Ortenzi, “in maniera manifesta, da adesso in poi, dovremmo confrontarci con qualcuno o qualcosa che potrebbe pensare meglio di noi.”; tutto questo è, a suo dire, molto pericoloso.” (n.d.r. vai col liscio!)
Ora, onde evitare che mi decollino le palle nell’empireo, pongo la questione cosi: chi ha disposto i dispositivi tecnologici atti a migliorare le nostre “performance” cognitive?
Quale la sua cognizione di causa?
E come si è disposto, egli stesso, rispetto alle operazioni che sarebbero in atto al fine del cambiamento epocale degli abiti mentali dei suoi simili, ovvero, alla fine di tutto, il nostro “DIVINO ARTEFICE” lo sa che non si da una tecnica al di là dell’uomo che preceda l’uomo ovvero che lo prescinda?
E’ evidente anche al mio nipotino di due anni che pensare così, prima delle mie domande ingenue, è una superstizione tipicamente umana, troppo umana, giusto per evocare Nietzsche.

. L’uomo e la tecnica dunque.
Che ARGOMENTONE! Già, ma quale uomo?, quale uomo e che cosa è l’uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli “strumenti” per definirlo?, direbbe Kant.
Ora, se guardiamo bene, chi pone tali quesiti all’uomo è un uomo, il quale, appunto, s’interroga a sua volta e pone le sue domande a partire dalla tecnica, tipicamente umana, del parlare per il mezzo dello strumento o se preferite del dispositivo della parola, ovvero mette in atto la più tipica delle tecnologie dell’uomo: la parola e la sua lingua.
Per inciso, giusto per evitare che i soliti “folletti della foresta” se ne escano con proposizioni sciocchine nel tentativo di insinuare un qualche recondito odio da parte del sottoscritto verso il processo tecnologico in atto, si sappia che non ho alcuna resistenza verso il processo tecnologico in atto (in atto peraltro da quando l’uomo si è tirato diritto sugli arti inferiori liberando mani e bocca), processo del quale anche io, evidentemente, faccio parte come corpo agente, come corpo strumento con tutte le sue proiezioni/protesi esosomatiche; protesi/proiezioni alle quali conferisco una protensione di senso (tutti lo facciamo) per il medium di un transfert esterno, autorappresentativo, che è lo strumento o se preferite il dispositivo di relazione esosomatica: il linguaggio!
Il linguaggio è una protesi esosomatica edificatrice di senso per il medium dei suoi segni/simboli.
Qualsiasi strumento o dispositivo esosomatico è rappresentazione agente del mondo: lo è producendo effetti nel mondo e, per effetto del suo rimbalzo, traendo effetti dal mondo.
Dunque, miei cari adoratori di feticci apotropaici, alla radice del lavoro sta sempre la tecnica/tecnologia parola con la sua lingua e tutti i suoi possibili linguaggi: altro che Lewis Mumford!

P.s.: riporto, qui sotto, per dovere di cronaca, lo scambio avuto con Ivan Ortenzi cui faccio riferimento nel post.
O.: Riscoprire l'importanza di essere umani per gestire singolarità ed età dei robot è veramente 0.0
T.: Ivan Ortensi, sulla postura del pensiero che sottende al concetto "essere umani 0.0, 0.1, 0. nulla, avrei le mie perplessità: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? La tecnica, ed il lavoro che la costituisce, non è un evento o fatto recente ma antichissimo. La "parola", giusto per produrre un contenuto di senso, è una tecnica e lo è in quanto fondamento di una tecnologia: il linguaggio appunto; pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza, non esiste una tecnica prima dell'uomo. Sostenere che arriverà una tecnologia che migliorerà le capacità cognitive di ogni essere umano è privo di senso tanto quanto sostenere che l'uomo non vi sarebbe abituato: la presunta tecnologia atta a migliorare i processi cognitivi umani è, guarda caso, il risultato prodotto di processi cognitivi tipicamente umani , processi che già la trascendono in quanto la precedono e la fondano. Pertanto la proposizione "...qualcuno/qualcosa (a.i. suppongo) che potrebbe pensare meglio di noi" pensa, si fa per dire, sempre a partire da chi l'ha pensata e messa in atto ovvero un essere umano. A chiosa di quanto sopra ribadisco: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Un caro saluto Alessandro
O.: Caro Alessandro, dissento totalmente. Mi permetto di dire che le tue osservazioni attengono proprio a quel modello cognitivo lineare che sarà messo il profonda crisi da AI, singolarità e nuove macchine senzienti. Per capire tutto questo dobbiamo trascendere il modello lineare. Siamo capaci di farlo, lo abbiamo fatto con la teoria della relatività relativa e con la meccanica quantistica solo per citare due esempi recenti. Mi permetto anche di dire che " non succederà mai" è proprio quello di cui non abbiamo bisogno ora. Ti suggerisco anche di approfondire alcuni elementi di analisi della relazione uomo, tecnica e innovazione leggendo il prezioso lavoro di Lewis Mumford. Ad maiora.
T.: Ivan grazie della sollecita risposta. Inanzi tutto in particolare cosa mi suggerisci di rileggere (ancora?) di Munford? A seguire: legittimo dissentire, in parte o nella totalità, da una posizione intellettuale altra dalla propria (è cosi?) salvo poi argomentare ex professo, rispetto alla posizione non condivisa. La questione sollevata è l'uomo (con la sua tecnica e quindi i suoi prodotti); io ho domandato: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? Per inciso è, quella che precede, la domanda che sottende tutte le operazioni concettuali che conducono il caro Einstein alla sua Teoria della Relatività (non solo quella naturalmente), il quale, per altro, aveva perfettamente chiaro che la "parola" (logos) è una tecnica; io non ho posto la questione della bontà o meno della tecnica, io ho posto in evidenza che distinguere l'uomo dalla tecnica è un errore pericoloso oltre che una insensatezza "cognitiva", se preferisci posta così la questione, infatti ho scritto: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Per spiegarmi meglio: non esiste l'uomo senza la sua tecnica. Dire "della relazione uomo, tecnica e innovazione" secondo questa tecnologia della parola (nella sua pratica orale o di scrittura) è una insensatezza, qualsiasi tecnica con la sua pratica tecnologica arriverà sempre per mezzo dell'uomo con l'uomo.
Dimenticavo: quando, da uno "strumento" (tecnologia), emerge l'umano? Altrimenti dal discorso che hai proposto al tuo pubblico non si apprende quello che, opportunamente, solleciti quando parli di "esseri umani" e "trascendenza" . P.S. in luogo di "Al di Là" io preferisco dire "A di qua per differenza". 





venerdì 8 gennaio 2016

AMEN. TUTTO IL MALE CHE TI HO VOLUTO FARE.

AMEN.
...TUTTO IL MALE CHE TI HO VOLUTO FARE.

E non c'è paura, non un mare di spine da camminare.
Con piedi nudi,
 ...distratti e meschini.

Non c'è paura nel nulla da fare che scorre stabile,
... è come uno sguardo di sfida che mi fissa costante,
 ... impassibile e sornione.

E io a mia volta lo sto, fisso, a guardare, gli faccio il cenno lanciando il mento all’insù come a dire “ti serve qualcosa?” mentre penso (oltre ad andare a cagare?);
 ...lo so che ci sa fare, lo sa che ci so fare, ci so fare da morire, fino a morire.

E lui ha il tempo d’aspettare, che io il tempo però non lo so contare, neppure immaginare
...così ci stiamo a guardare e poi aspettare,
...perché lui ha tutto il tempo di aspettare però io il tempo non lo so contare.

Ed ora è  lui che non lo può immaginare.

...bhammmm!

È la mia scure che cade come un uscio che schiude sulla soglia bagnata di folla,
...sai come si dice “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

Sei tutto per me, sei tutta per me,
 ...che d’intenzioni buone non ne ho mai avute, neppure per te che m’amavi e t’amavo,
...e poi ti guardavo come una carne che giace, come un pasto qualunque,
... che ho mangiato,
...che han mangiato
 ...ma in fondo che m’importa la fame?

 La fame non sa ragionare ed io di fame ne ho avuta tanta,
...tanta da morire, tanta da immaginare tutto il male che ti potevo fare,
... tutto il male che ti ho saputo fare,
...tutto il male che ti ho voluto fare.
AMEN

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ.

Tempo di lettura del post: 2 minuti, 58 secondi 78 primi (02:51,78)
Dire d'avere il coraggio della verità (o che serva avere il coraggio della verità) è un'affermazione ingenua e priva di senso.
(Qui sotto lascio uno spazio per la pro-posta che vorrai scrivere in proposito della tua verità) 
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Posta la verità: una, pura e semplice (è evidente che non è così), inscindibile e tutta d'un pezzo come un Moloch.
Ecco che, poste le premesse, per chiunque sarebbe impossibile dirla una siffatta "verità", ergo figuriamoci (di) scriverla. 
E si perché, detta così, la parola "verità" (?), rimane un feticcio del linguaggio, priva del suo concetto di fondo, quindi di tutte quelle operazioni che al concetto o alla  nozione (sono sinonimi) conferiscono la sua genealogia; ecco, dunque, come la parola "verità", vale del resto per qualsiasi parola, perde il suo effetto di senso. (se vuoi prenderti il disturbo..., su operazioni e concetti, puoi leggerti, tra gli altri, Percy W. Bridgman - anche G.W.F. Hegel in proposito ha qualcosa da dirti).
Quindi (domandi tu)? Quindi se mi rivolgi una sollecitazione del genere significa che sei ingenuo due volte, che hai letto con sufficienza e miope arroganza, che hai, appunto, guardato ma non hai visto; non hai visto che ho scritto: "...ergo figuriamoci (di) scriverla"; la questione sta qui, nel farsi figura, o prender figura, della nostra supposta verità: il suo fine è (di) essere immaginata e venir scritta da te.
Che "verità" è una verità che non si lascia scrivere, che non è signata!?
E' una "verità" che non c'è; il "dire" la "verità" è sempre postumo, non esiste una "verità" che non sia accaduta; la "verità prende figura mentre si fa: ecco che accade.! Tuttavia la "verità" non indica, sic et simpliciter, qualche cosa che è accaduto nei fatti, non è una mera scienza di "fatti", una scienza così è solo l'inventario di "verità" morte ("...le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto", cfr. E. Husserl - La crisi delle scienze europee -), e di siffatte donne ed uomini il Mondo erutta.
La "verità", quale che sia, pretende come suo irrinunciabile presupposto l'atto di fede, ovvero che tu creda, per lo meno in quel che fai, cioè in quel che scegli  di volere per te e per gli altri: per te quando immagini in figura la tua vita, per gli altri quando de-cidi, disegnando l'orlo delle cose che fai per la vita altrui (famiglia, azienda, professione,...).
Ogni tua scelta privata o  pubblica/professionale (rifletti sul concetto che sta dietro questa parola) de-cide cioè divide, separa scrivendo, definitivamente, la figura della distanza da-, ma anche della vicinanza a-: questo scrivere la "verità" definisce tutti i perimetri ed i loro "orli" di senso, non puoi sfuggire a questa prassi di "verità" e nemmeno al suo rimbalzo.
Non chiedermi, ora, cosa intendo dire "veramente", hai capito benissimo; hai capito benissimo che come quell'uomo ricco della parabola evangelica, quell'uomo pio e devoto (alla famiglia, all'azienda, alle parole ed alle cose, a tutte le sue pratiche di vita quotidiana) ed anche onesto (si ho scritto onesto!), che come quell'uomo, fatto di pretesa dignità ed onestà pelosa ed insensata, manchi di una sola cosa: getta via tutte le inutili "parole", tutte le inutili "cose" e vai scrivendo la tua "verità".
Ora quel che manca qui per mia ignoranza, ti prego, scrivilo tu.
Alessandro

martedì 17 novembre 2015

TIM COOK E L'ECONOMIA 0.PIRLA (si legge: zero punto pirla), ovvero l'estensione circolare del dominio e della manipolazione sull'ethos

TIM COOK E L'ECONOMIA 0.PIRLA (si legge: zero punto pirla), ovvero l'estensione circolare del dominio e della manipolazione sull'ethos

"Lettore!, se nel leggere questo post ti sentissi, via via, direttamente interpellato, coinvolto a qualsiasi titolo o ragione e moralmente chiamato in causa, molto probabilmente è così. Nel caso poi ti venisse prurito da qualche parte per l'irritazione, beh!: gratta pur dov'è la rogna. 
INCIPIT TRAGOEDIA
«Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato». Tim Cook (S. Jobs)
Quella che avete letto qui sopra è una delle tante "perle di saggezza" che Tim Cook ha dispensato, giusto uno schizzetto di giorni fa, presso l'affollatissima aula magna della università Luigi Bocconi, al suo "popolo adorante" accorso numeroso per assistere al gran varietà "religioso" della nuova chiesa "Economia 0.pirla", il quale, sguardo mite del bovino e fauci spalancate (se non vale per la totalità dei presenti, vale sicuramente per la grande maggioranza), s'apprestava a deglutire  il mare magma delle "banalità del male" (questa l'ho rubata alla Arendt) dispensate dal presidente-messia di Apple.  https://youtu.be/sdMvKJ1TE4g fonte UniBocconi
1.In principio era la lingua.
Leggendo l'articolo (naturalmente mi sono preso il disturbo di leggere anche altro) pubblicato il 10 novembre u.s. su La Stampa, dopo il titolo, che qui di seguito riporto «Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato», mi sono imbattuto in un ossimoro meraviglioso, ecco il testo in grassetto:  "Preceduto dai discorsi del presidente della Bocconi Mario Monti (l'uomo che altrove ha dichiarato, da Presidente del Consiglio dei Ministri, che la Grecia era la "...manifestazione più concreta del successo dell'euro" la nota è mia - https://youtu.be/hHqM1-hhCvA  ) ... Cook ha parlato per una ventina di minuti scarsi, leggendo il suo intervento da un iPad Pro (che sarà in vendita!!! questo fine settimana)"...che sciocchino (leggi pirla) che sono!, io avevo capito che non fosse venuto qui per far soldi. - http://goo.gl/hDSNaa  fonte La Stampa
N.B.:L'ossimoro, come è noto, consiste in una divergenza di senso e nel nostro caso in una palindromia eterotopica.
2.Un leader carismatico.
Cook è un leader carismatico, come dubitarne?; perfetta incarnazione di ciò che Max Weber credeva fossero le condizioni ottimali per l'avvento di una tale potente figura. Perché, a sentir lui, Max,  l'avvento del leader carismatico è legato alle condizioni sociali vigenti, e più in generale a particolari periodi di miseria psichica, economica ed etica: la nostra per l'appunto.
Ecco, dunque, che il leader sarebbe, vado a spanne, una personalità esemplare, attento ai cambiamenti (un annusatore dell'aria che lo circonda), capace di assumere i rischi ed esporsi al pericolo, dotato di una visione del mondo e disposto a metterla in atto: INSOMMA UN FIGO PAZZESCO!
Così figo, "diretto e veloce" che quello che s-fugge non è solo la vuota e insensata somministrazione di retorica che, con studiata parsimonia, il  CooKone di Cupertino dona ai suoi chierichetti, ma sfugge pure che la forma estetica della retorica, di cui dispone Tim, non lascia spazio all'etica: qui siamo di fronte al trionfo assoluto dell'estetica sull'etica! (Invece sul significato etimologico del termine comunicazione leggetevi, eventualmente,  Montaigne, capitolo VIII volume terzo dei Saggi, "Dell'arte di conversare").
Il tipo di società che  il Cook celebra (il poveretto, credendo di dirigere il coro dal di fuori, non si avvede che anche lui sta dentro questa celebrazione con tutte le sue operazioni), con sofisticato artificio e con sottile compiacimento (quanto ci gode!) è una società che tende a celebrare i sofismi tipici del management, la comunicazione stessa cambia costantemente forma (nel caso di una eventuale obiezione del pensiero critico si verrà rimproverati perché o si è sempre fraintesi o si voleva dire sempre altro), questo continuo, istrionico, rimbalzo del dire è la manifestazione più evidente della volontà di rendere disponibile e credibile il paradigma che celebra, sempre e comunque, declinando però al plurale, l'individuo padrone di se, che nutre la massima fiducia in se stesso e non si lascia influenzare dagli altri (libero e padrone purché si sottometta, alle regole del gioco altrui): “E’ possibile esprimere i propri valori nel lavoro che si svolge. Se riuscite a infondere valore con il vostro lavoro riuscirete a rendere il mondo un posto migliore. L’azienda giusta è quella che lascia un segno nel mondo. Io l’ho trovata nella Apple, e oggi sono grato di far parte di un’azienda che fa qualcosa di più utile del semplice profitto. Noi alla Apple vogliamo fare il miglior lavoro nella nostra vita: questo è il modo per identificare i nostri valori nei prodotti, prodotti rivoluzionari che permettono alle persone di fare cose che non hanno mai fatto in passato, prodotti che effettivamente collegano le persone e che cambiano tutto”http://goo.gl/XCLMlo fonte La Stampa
Ma i valori di chi!? Quali valori!? Cook non lo sa ma il concetto o nozione di valore morale, che è strettamente correlato a quello di persona (la morale è la forma etica del soggetto, è il suo ethos"), appartiene solo ed esclusivamente all'esercizio della libera volontà di ogni donna e di ogni uomo, i quali possono esprimerli, nel mondo, senza bisogno di lavorare per la Apple o qualsiasi altra azienda; perché i valori della persona non si esprimono facendo il miglior lavoro della vita in Apple, al fine di identificare quei valori con i suoi prodotti (ovvero essere disposti ad accettare valori morali, contenuti nei codici etici aziendali, decisi e codificati secondo il maggior utile dell'azienda: leggeteli quei codici!, capirete bene cosa intendesse Nietzsche con l'espressione "morale per gli schiavi"). http://goo.gl/CF6GZK fonte La Stampa "I dipendenti degli Apple Store a Tim Cook: i controlli nelle bose sono umilianti".
3.E via di saponetta.
Il punto è che Cook (non solo lui naturalmente) è convinto che il lavoro sia sinonimo di profitto, non esiste, per quelli come lui, un fare dell'uomo che sia lavoro senza generare profitto da convertire in azioni finanziarie, cioè debiti da vendere e rivendere senza limiti, infatti per lui è fondamentale non perdere mai  l’idealismo (?), conservare i propri valori (?) e la propria passione (?), perché «L’ambiente degli affari, le università, sono luoghi di competizione. Ma io ho capito che c’è un’altra possibilità, collaborare. I compagni di università con cui l’ho fatto, dal primo giorno di università alla Duke, ora sono tutti in posti di leadership»: ecco appunto! - http://goo.gl/jhjZOJ fonte La Stampa
Se fosse ancora vivo il Principe Antonio de Curtis alias Totò, un uomo che ragiona così, lo spernacchierebbe senza tregua seppellendolo (potrei fare memoria del grande Pasolini sui concetti di "progresso" e "sviluppo" ma mi limito a linkarlo(come parlo digitale!) - https://youtu.be/og05K5XTHMI ), e quindi, di limite in limite, mi appresto a ricordare che il grande economista inglese J. M. Keynes, col suo aplomb, liquiderebbe Tim, all'incirca come segue: "Le idee degli economisti (per estensione gli uomini alla Cook) e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quando comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si ritengono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto (anche vivente aggiungo io). Pazzi al potere (gli uomini della leadership di Cook!), i quali odono voci nell'aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro."
Qualcuno, altrove (la fonte è del tutto superflua), si è preso il disturbo di scrivere che "Tim Cook in uno dei momenti più emozionanti del suo discorso ha detto:  « Speak Up! Fate sentire la vostra voce. Il mondo non è mai stato così connesso come in questo momento. Non ci sono mai state così tante opportunità di far sentire la vostra voce...", purché la vostra voce coincida con quella dellazienda giusta, quella che lascia un segno nel mondo, affinché il modo si identifichi nei valori e nei prodotti rivoluzionari che permettono alle persone di fare cose che non hanno mai fatto in passato. Appunto.
Salute dunque e buon iPad Pro vi faccia.
Alessandro Tesini

domenica 21 giugno 2015

ASPETTANDO GODOT: CANTANDO E DANZANDO SENZA LIMITI. TERZA STANZA

Terza stanza.
CANTANDO E DANZANDO SENZA LIMITI!
N(eutro) N(arrante). Quasi sull’abisso ora, camminano, in cerca di riposte attese, e ancora transitando, circondati dal silenzio e nel silenzio, con fare amichevole, si ri-vela loro, tra parole che danzano, tra rami scrigno verde, un Qoèlet, un predicatore dal volto brunito e sanguigno, il cui labbro al suo bacio raccoglie e morde il ricamo squisito di rossi fogliami.
IO. A Godot? Legati a Godot: che idea!
OI. Certo! Vedi che…

Qoèlet. Benvenuti amici.

IO. /girandosi verso OI/ Dici a me?
OI. /sorpreso/ Prego?
Qoèlet. /ancora/ Benvenuti!
IO e OI. /intimoriti a Qoèlet/ Ci hai spaventati. /sottovoce ad OI/ Ho creduto fosse lui.
OI. Chi?
IO. Godot!

Fragorosa risata di Qoèlet.

Qoèlet. Mi fareste ridere se non fosse proibito: io sono Qoèlet!
IO. /rivolto ad OI e sottovoce/ Come proibito, ma se ha riso con fragore!?
Qoèlet. E voi, miei cari amici, le vostre prerogative?

Pausa. Rimangono immobili, le braccia ciondoloni, il mento sul petto, le ginocchia piegate.

IO. /intimorito/ Le abbiamo perdute.
OI. /seccamente/ Le abbiamo buttate via.
IO e OI. /intimoriti ma spavaldi/ Forse vostra Eminenza intende far valere le sue prerogative?
Pausa di silenzio.

OI. /ad IO/ Non sento niente.
IO. Ssssssss! /Tendono l’orecchio. OI perde l’equilibrio e quasi cade. Si aggrappa al braccio di IO che barcolla. Rimangono in ascolto, stretti l’uno all’altro, gli occhi negli occhi/. Nemmeno io.
Qoèlet. Bene dunque, ascoltate!

Pausa. Rimangono in ascolto, grottescamente rigidi.

Qoèlet. Vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Una generazione se ne va ed un’altra arriva, ma la terra resta sempre al stessa[1]; all’ombra, nella dimora dei cani, piccoli e rari oggetti meticolose dita accompagnano nelle credenze della fede comune.
Ma il sole sorge e sempre tramonta là dove rinasce; là dove il dio sognante, per poter giungere ad una comprensione razionale dei sui fenomeni, riscattare deve il mondo da ciò che appare.
Rare, rare son le strade dove ancora il suo sorriso trema per le foglie, riso d’un volto sanguigno e brunito;
ride e trema il suo antico labbro tra i rami, scrigno verde, che al suo bacio raccoglie e morde il ricamo squisito di rossi fogliami.


IO./sotto voce a OI/ Questo è matto, andiamocene!

OI. E dove? Non vedi che ci sbarra la strada?

IO. Credi davvero valga la pena d’aspettare?

OI. Mettiamolo alla prova. /rivolgendosi al Qoèlet/ Dunque, chi sei tu che ci parli in questo modo, e come sei venuto a noi? Come un guasta feste o come un dio?

Qoèlet. /con lo sguardo oltre i due astanti/ Dio ... vecchia anima nelle trecce di spighe in cui fermenta il grano! Serenità in calma profonda, fiore d’inchiostro sulle dita gonfie, come polvere bollente, come voli ... Dio! e poi dicon: Cristo!, bagascia e soldato!, pensionato!, croce e impero!, nullità!, /pausa/ moderna e sempre in voga autorità, doganiere di vecchie colombaie.

Silenzio.


N(eutro) N(arrante). Il silenzio è d’oro e spalanca sepolcri!

Qoèlet. Io sono l’avvocato di Dio davanti al diavolo, sono occhi profondi dove dormono le navi che affondano.

OI. IO, io ho paura, mi tremano persino le scarpe. /accenna ad andarsene/

IO. /ironico/ Lo sento dall'odore.

OI. /fa per andarsene ma OI lo afferra per un braccio/ Lasciami andare!

IO. /pausa/ Aspetta, resta dove sei.

OI. /sottovoce/ Qui si mette male.


N(eutro) N(arrante). OI ed IO riprendono coraggio a poco a poco, cominciano a girare intorno a Quelet, lo scrutano da tutti i lati.


IO. /tra di loro/Proviamo a dirgli qualcosa.

OI. Cosa?

IO. Vive da queste parti?

Quelet. Ci sono nato.

OI. Non vorrei essere indiscreto, ma lei, scusi, che età ha?

Quelet. Lei vuol forse alludere a qualche cosa di particolare?

IO. Ha un aspetto molto giovane ma è saggio e profondo come un vecchio, quindi pensavo che lei, signore potesse…

Quelet. /interrompendo IO/ Mi avete scambiato per Godot.

OI. Oh, no, signore, nemmeno per un momento, signore.

Quelet. Ditemi, dunque chi è questo Godot, per il quale non mi avreste scambiato?

IO. Ecco, vede, è un … vecchio conoscente.

OI. Ma no, cosa dici, lo conosciamo appena.

IO. E’ vero, non lo conosciamo molto bene, però…

OI. Io, per me, non sarei capace di riconoscerlo, se lo vedessi.

Quelet. Tuttavia mi avete scambiato per lui.

IO. Il fatto è, capisce, … l’oscurità, … la stanchezza, … la debolezza della vista, … l’attesa,… lo confesso, l’ho creduto per un istante che lei, insomma potesse essere lui.

OI. Non gli dia retta, signore. Non gli dia ascolto!

Quelet. L’attesa. Dunque lo aspettavate!?

IO. Ecco, veramente, … si, lo aspettavamo.

Quelet. Qui? Sulle mie terre?

OI. Non pensavamo di far male.

IO. L’intenzione era buona.

OI. Questo ci dicevamo.

IO. E’una vergogna ma è così.

OI. Non è colpa nostra.

Quelet.  /tirando una corda/ C’è un filo di frescura nell’aria questa sera. Cari amici sono felice di avervi incontrati.
Vi dirò, amici miei, che non posso fare a meno per molto tempo della compagnia dei miei simili; anche quando mi rassomigliano imperfettamente. Ecco, dunque, perché mi tratterrò con voi un momento, se non vi dispiace, prima di proseguire oltre il mio cammino. E per ricompensarvi della vostra amicizia vi racconterò una storia, vi racconterò delle gambe di Socrate e della dimora dei cani.
Quelet. /con cenno della mano/ Muoviamoci dunque, verso la montagna.

N(eutro) N(arrante). Ed essi mossero come corpi vivi che transitano.
continua










[1] Qoèlet, > 1,1-3. Antico Testamento, La Bibbia di Gerusalemme,  ed. EDB – La Bibbia, Nuovo Testo Cei ed. San Paolo 





[1] Qoèlet, > 1,1-3. Antico Testamento, La Bibbia di Gerusalemme,  ed. EDB – La Bibbia, Nuovo Testo Cei ed. San Paolo 








[1] Qoèlet, > 1,1-3. Antico Testamento, La Bibbia di Gerusalemme,  ed. EDB – La Bibbia, Nuovo Testo Cei ed. San Paolo 

venerdì 13 febbraio 2015

NESSUNO USCIRA’ VIVO DA QUI … OVVERO COME HO LETTO, TRA LE RIGHE, L’INTERVISTA ALLA MOLTO ONOREVOLE FILOSOFA MICHELA MARZANO.



Non so se puntualizzare l’ovvio sia sempre un bene; ma, nel caso in cui lo fosse, in che senso lo sarebbe un bene?

Partiamo dal principio, altrimenti corriamo il rischio di non trovare nemmeno la coda.

Il principio era la mano, la mia, che attenta, giudiziosa e con dita delicate, raccoglieva i quotidiani che avevo deciso di leggere in treno, la mattina di giovedì 5 febbraio u.s., durante il mio viaggio di ritorno verso casa: Corriere della Sera, Il Foglio ed Il Fatto Quotidiano, giornale che non amo ma che leggo con regolarità (chi se ne frega! esclamerete voi; frega a me!, esclamerò io).

Sfoglio per primo il #CorriereFoglioFatto, per deformazione mentale, leggo contemporaneamente più quotidiani o libri, sono abituato così, sin da bambino, e fino a che l’Alzehimer non deciderà di farsi una vacanza presso il sottoscritto credo che procederò come indicato poco più sopra.

Sfoglio, dicevo, buttando i quattr'occhi tra le pagine, un poco di qua e un poco di la: ma guarda chi si vede!

A pagina sei del Fatto scorgo, scomodamente adagiata ad un contrafforte in travertino (?), d’epoca papale credo, la filosofa Michela Marzano, tutt’intorno l’ingabbia l’articolo intervista di Antonello Caporale.

Più che il titolo in quanto tale mi risveglia la memoria il breve ed educatissimo scambio, di caratteri di senso, che ho avuto con la Marzano qualche sera prima (n.d.r. il 3 febbraio u.s.) su twitter: non potevo non leggerlo.

Parto dal fondo, dalla fine se preferite, amo rovinarmi le sorprese e succhiare tutto il midollo della vita subito!

Domande in grassetto, risposte in “gessetto”, è professoressa; mediatamente mi pare di scorgere due o tre cose, così credo io, che per analogia ho in comune con la Marzano: Jim Morrison, un nonno che fu deputato ed il senso della libertà come rischio necessario.

Che faccio, vado per punti? No!, vado come mi pare.

Quindi scriverò, brevemente, solo della libertà come rischio necessario, secondo quello che, inconsapevolmente, la Marzano mi suggerisce per il tramite del suo parlare esibito.

Prendo subito le mosse dall’intervista, come scrivevo righe sopra, e più precisamente dalla domanda originante il discorso del suo interlocutore, il quale nella sua immensa ed opportuna ingenuità (andatevi a leggere l’etimo da bravi scolaretti come ho fatto io) chiede: “che ci fa una filosofa in parlamento? “.

La risposta implicita è: fa ciò che fa un filosofo, ossia si occupa della Polis, ovvero mette in pratica quell’esercizio di libertà come rischio necessario che è la politica, con la sua verità ex-posta-esibente in transito.

Lei però risponde, sorniona e intelligente, dicendo quel che non si fa, ovvero la politica senza competenza, che per alcuni (molti) non è dato certo, qualità oggettiva, risultato di una fatica.

Ecco cosa intendevo col mio puntualizzare l’ovvio!

Ed è proprio sull’ovvio puntualizzato che mi soffermo, perché nel leggere ho sbattuto il nasone su un ovvio eccellentissimo;  la Marzano esordisce con una questione che per un filosofo in transito è irrinunciabile: “appena ho varcato il portone m’han subito spiegato …”: straordinario!, se non fosse tragico sarebbe persino comico; no, non quel che dice la Marzano, che non fa altro che dire l’ovvio invisibile al senso comune del popolo, ma la pretesa di educare dispensando "saggezza" come un Solone qualunque.

Peccato che quell’ovvio, scontato, non lo sia per chi opportunamente, come la Marzano, pensa di portare il buon senso e la buona misura (tipici strumenti) della cultura dentro al Palazzo: sarà mica per questo che l’intervistatore arrischia una profezia, che la condannerebbe al limbo degli intellettuali rancorosi?

Poco importa, almeno al sottoscritto, e forse anche alla Marzano.

E però sono e siamo ancora qui, al principio della questione politica, dove il transito di certe soglie sembra necessitare, ossessivamente, spiegazioni rituali, frutto d’antiche ed arcane dottrine iniziatiche: sia mai che tu possa pensare d’esser li per uno scopo che, anche solo lontanamente, possa aver a che fare con “l’etica applicata alla realtà”.

La Marzano lo sa bene che l’etica altro non è che comunione del senso morale individuale che si inscrive nella relazione coi propri simili, dentro l’ambito del consorzio della civitas.

Domanda ingenua: perché, dunque, qualcuno sente l’intimo desiderio di somministrarle, come forma necessaria, dottrine comportamentali a prescindere?

Naturalmente io non so cosa abbia pensato la Marzano, come potrei!

Tuttavia, quando qualcuno ha subito inteso somministrale delle “accorate spiegazioni” in merito a come si faccia o non si faccia, a Montecitorio, il politico, come per incanto ho immaginato la nostra filosofa mentre varcava la soglia della Università dove insegna … e d’una cosa, qui, son sicuro, pur non avendo visto, che appena varcata la soglia della Decartes di Parigi a nessuno è venuto in mente di spiegarle come si fa il filosofo.

Alessandro Tesini



https://antonellocaporale.wordpress.com/2015/02/06/michela-marzano-lonorevole-incompresa-e-la-legge-del-parlamento-se-non-sei-fedele-sei-invisibile/