domenica 9 dicembre 2018

TUTTO L’ODORE VIOLENTO DELLA VITA.




TUTTO L’ODORE VIOLENTO DELLA VITA.

Cominciò sul mare d’inverno
La Giudecca
Dal ponte del traghetto
 che attraversava il canale
La ricordò
 ancora come ora
Venezia è d’una bellezza incantevole
Come le favole
Obbedienza e gambe lunghe
 e le sere trascorse scorrendo
 le dita sulle pietre
Ruvide al ruvido
Palmo a palmo
 dalla mano
 alla mano
Suonò qualcosa
 al pianoforte
Toccò tutti i registri
 era pronto a succhiare
 tutto l’odore violento della vita
Le narici rigonfie
Lo sguardo teso
Uno stupefacente ritrovar se stesso

Incessantemente andava sognando
La più piccola di tutte le oasi
 quella piazza San Marco
  col ruggito del suo leone
La soave meraviglia
L’immagine
 che i peccati redime
Nei tratti del suo volto
L’espressione delle emozioni
 più alte
 più forti
I muscoli del collo
Scoperti e protesi
 esaltati
 dalla luce bianca della nebbia d’inverno
Con la sua tenera notte brutale
Fu quella la notte
 che
Fece la guerra
 con la diligenza di uno studente
 che
Fece l’amore
 con la rabbia di un animale feroce
La sua lama era così tesa
 tersa da fare da specchio
E spaccare
La storia della umanità in due metà
 l’una contrò l’altra
Scelse intenzionalmente la prospettiva
Dal ponte di Rialto
La linea dell’est
Rappresentava
La sua simpatia per la condizione
 selvaggia e animalesca
Di due amanti abbracciati
Nella confusione cocente del carnevale
Pretendere che egli fosse dolce come il miele
Con esplicita allusione
 allo splendore della notte bruma
Sarebbe stato come chi svegliandosi in piena notte
 si mettesse a cantare
L’effetto di una improvvisazione piena di sentimento
Tutto cominciò
Dal ponte del traghetto
Con lo sguardo dell’uomo
 che attraversava il canale
Tutto cominciò
 nell’odore violento della vita
Sul mare d’inverno






martedì 27 novembre 2018

Qualcuno biasima ognuno ad ognuno


Qualcuno biasima ognuno ad ognuno


Uno ad uno
Come i miei passi e ripassi
Ognuno ad uno
Passi e ripassi,
ma passi?

Due a due
Come noi due
Come il quattro ogni atto
Quatto quatto
Facciamo un patto.

Tre per te
Io e il tre
Perepé peppé
Che bello che è!

Poi ancora un atto
e son quattro!

Come i passi veloci
che annaspi feroci
le mie piccole noci
con dita precoci,

io,

me lo ricordo d’istinto
come tutte le voci
dietro le quinte 

t’ascolto
d'incanto

e intanto bisbiglio: “tanto ti piglio!”

Corri corri
che gli scappi,
fuggi fuggi
Generale!

Che gli sparo a quel maiale

Grugnisco e riverisco
Esco di scala
Poi i mie passi sui morbidi sassi

Chi se li pone più?
e domanda
Come fa tu ?

Din don dan la campana fa

Quel che mi aspetto
È qualche dispetto
Ed esco sul crespo

Oceano ed ano
Un poco ti amo
come un cannone
che riesco e nascondo

nel mio capannone

Rimbomba come una tomba: “Hei!”
Bella bionda, suona la tromba!

E poi big come sur…cazzo mi stai

Come non mai

Hai! Hai! Ma che mi fai?

Male male di mele al miele

Ogni giorno di fiele
Che ancora rimane 
nel mio cuore felice 

Come qualcuno,
uno ad uno

Biasima ognuno ad ognuno.


 


sabato 17 novembre 2018

FATTI SICURAMENTE OGGETTIVI: OVVERO DELLA OGGETTIVITA' IMPOSSIBILE.


FATTI SICURAMENTE OGGETTIVI: OVVERO DELLA OGGETTIVITA' IMPOSSIBILE.
Sarei prudente sul concetto di "oggettività": non c'è nessuna oggettività, a prescindere dal campo di applicazione.
Chi definisce l'ambito semantico e di senso del concetto (segni non esclusi) che sottende alla parola (che è téchne) "oggettivo", declinazioni comprese, è sempre un soggetto.
Questo soggetto è l'uomo; pertanto non esiste la possibilità di definire "al di là" dell'uomo l'uomo, men che meno il mondo in cui l'uomo vive ed opera, come se l'uomo che lo definisce stesse fuori dal mondo in cui l'uomo, appunto, vive ed opera.
L'obiectum (da obicere "mettere di fronte") sta sempre in una prospettiva postuma rispetto al suo dire, che è dire del soggetto rispetto ai suoi segni.




sabato 4 agosto 2018

NEXT TO ME. QUALSIASI COSA ACCADA RESTAMI VICINO.





NEXT TO ME. QUALSIASI COSA ACCADA RESTAMI VICINO.

durata lettura post min. 3:47,33 circa - grado di noia: dipende da quanto sei stronzo.
Questa mattina all’alba, con occhio contemplativo e bovino, carezzavo, al di là del riquadro della mia finestra bianca, i polposi rilievi collinari della città di Gubbio (che bella che è!), mentre l’irriverente boccaccia sorseggiava il vapore del mio caffè americano, l’altro occhio zampettava, curioso, tra le paginette luminescenti dei social network ai quali sono iscritto: SBENG! ECCOLO! L’occhione ceruleo sbatte proprio li, contro una “edicoletta votiva”che fa, orgogliosamente, bella mostra di se promuovendosi per il tramite della esibizione di un #hashtag a vocazione eroica.
Subito, per associazione tricologica, metto in relazione l’incolto barbone di Garibaldi, “Eroe dei due Mondi”, ovvero il Mercenario dei Mercenari, e l’incolto barbone del ex gimnosofista Osho: pace all’anima de li mortacci sua!.
L’eroico “santino” recita quanto segue: “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accadere. Permetti a ciò che è, di esistere. Lascia cadere ogni tensione e lascia che la vita fluisca, che accada. E ciò che accade, te lo garantisco, libera.” (N.d.r. Teoreticamente inconsistente)
AMEN!, mi vien da pensare e chiuderla li, poi però ci ripenso, faccio un saltello indietro, rileggo: “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accadere. Permetti a ciò che è, di esistere. Lascia…” … MINCHIA!
Frugo, con avida lussuria, nelle tasche del pigiama che non ho: m’è venuta voglia di un cioccolatino Perugina, … MINCHIA!, esclamo ancora.
Minchia! Ripeto un’altra volta, tra me e me, mentre il respiro dolce, costante e profondo, del mio super cane (disabile da più di un anno) fa da contro ritmo ai miei eroici furori (questa è una citazione colta per chi ha orecchie per intendere).
Penso dunque dico: di minchiate, nella vita, ne ho lette tante (ne ho anche fatte tante) ma questa è l’essenza stessa della minchiaggine.
Così, distolgo lo sguardo dalla terra di Francesco, il frate “straccione”, scorgo Guss(tavo) che mi guarda di sottecchi come solo lui sa fare, so già cosa pensa: “Non hai proprio un cazzo da fare, tu, alle sei del mattino di domenica, vero!? … vabbé, visto che mi hai svegliato, dammi un BISTECCA-LECCA, che ho fame”
(intanto penso)… mentre mangia che faccio, ne approfitto?
Gustav, posso leggerti una cosa!? 
“No! Non puoi”
Intuisco il veto ma leggo comunque la perla di saggezza che ho appena scoperta tra le pieghe, incancrenite, dell’ego umano … Guss mi guarda e sbadiglia, come a dire “roba intelligente ne abbiamo?”, poi continua …
… ”Ale, io torno a dormire, tu intanto di a quel tuo amico scrittore, prima di aprire la bocca solo perché ce l’ha in mezzo alla faccia, di provare a farsi una settimana nelle mie condizioni; digli di farsi svuotare la vescica 7/8 volte al giorno, di farsi aiutare a defecare altrettante, di farsi medicare, con paziente e meticolosa regolarità, le piaghe da decubito, di farsi girare e rigirare, con la costanza e la precisione d’una lancetta d’orologio, quel corpo che non ti risponde più, su quella cuccia che una volta, dopo aver corso e fatto la lotta insieme, era il mio riposo preferito (oltre al divano quando non eri a casa, ma tu questo non lo devi sapere) e che ora non abbandono quasi più; poi, digli di sperare che qualcuno si alzi dritto in piedi, come una sentinella, nel cuore della notte, ogni notte, senza guardare l’ora, per controllare se ho bisogno … ed io ho sempre bisogno di sentire che ci sei, che non tradisci mai la promessa che mi hai fatta il giorno che mi ha strappato dal canile in cui ero rinchiuso … oh! Intendiamoci: tutto bello quello che mi hai letto, bellissimo … ma non ha anima: un uomo cosi, non muoverebbe un dito per i suoi simili, figurati per un cane”.
Guardo Gustav, il mio super cane, l’occhio bovino della semplicità che non forza la vital’ho abbandonato da un pezzo, così provo, mi cimento sulla strada signata dal “grande” barbuto indù: osservo in silenzio quel corpo immobile, disteso, come battuto da canne come mosse dal vento e rivedo ogni accaduto che mi riguarda con lui, ogni tensione che invariabilmente accompagna il fluire della vita nel suo accadere e scopro quel che già so: che la vita accade sempre, in tutta la sua ex-tensione; tutto ciò che accade è sempre solo la vita (e per fortuna) senza garanzie a buon mercato, senza consigli saggi dispensati come caramelle ai bambini … arresto l’oltre che fluisce … rileggo ancora … “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accader …”, 
MINCHIA!, non smetto di pensare,

lunedì 28 maggio 2018

SENTO.




SENTO. 
Ve ne fosse uno mai
che voltandosi indietro
si stupisse ancora
per il rovescio
dell’impronta lasciata…
dei tuoi piedi stretti e serrati
come le bocche cucite
di quei vicoli ciechi
nei paesi a strapiombo sul mare del mio Portogallo
eterno…
…ti sento.
e risuonano echi  per quelle mie orecchie da cane
che ho avuto per te
ogni notte da infermo
…ti sento
abisso che ho dormito da sveglio
soglia cho ho difeso
sentinella
nel buio guardando
l’inferno
…ti sento
d’un silenzio che esplode
il tuo respiro
il tuo corpo disteso
battuto da canne
come mosse dal vento
come le bocche cucite
di quei vicoli ciechi
nei paesi a picco sul mare nel mio eterno silenzio
…sento.





venerdì 29 settembre 2017

SALE

Sale
       Sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte

Sale
       Sulla linea di tempo che riparte il giorno e ricomincia la notte

Sale
       Sul ticchettare all’orologio che tratteggia il battere e levare delle ciglia veloci alle mie palpebre feroci

Sale
      Lungo il fiume apparente che il sole risplende

...le mie tende riapre sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte del giorno che riparte sulla linea del tempo e ricomincia il battere apparente sulle mie palpebre veloci che il sole risplende alle mie ciglia feroci sulla linea dell’orologio tratteggia il ticchettare
…tic
        …tac
…tic
        …tac
...tic
        ...tac …e ricomincia la notte


       sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte in battere e levare
Sale

venerdì 22 settembre 2017

ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.



ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.

Nella biblioteca del mio nano-loft modenese ci sono alle pareti, appesi come prosciutti, 5000 libri circa (ci sono anche i quadri, pochi per la verità, peraltro non assoluta, e i libri, forse, sono un poco meno)
..."...li hai letti tutti?"(voci dal coro)
“...chi se ne frega!”(voce che sfancula il coro).
E lo so!, come inizio è un poco debole, moscio moscio, ma tant'è.
La verità è che zio Paperone è uno che s'incazza forte: medita, rimugina e rumina, rumina e rimugina e, "mumble..., mumble...", carica la bombarda, s'infila la vecchia tuba e ...bhè il resto lo sapete.

. L’antefatto.
Sfrucugliavo (anche sfruculiare va bene), pochi giorni addietro, su LinkedIn e, sfruculia che ti sfrucuglia, m’imbatto in alcune immaginette votive, prontamente arredate dai vari editori dei relativi “pulse”, sulla nitida bellezza della tecnologia e la grandezza di questa moderna invenzione: che stupore i "nativi digitali" di qua, i "millenials" e "pirla 2.0, 3.0, 4.0” di là; per non dimenticare poi gli "eroi" della banalità che stanno un po’ qua e un po’ là.

TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO - PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
E POI… L’ESSERE UMANO.

Il mantra-martello picchietta sui coglioncini di cristallo.

. La scimmia nuda.
Inforco i miei occhialoni di tartaruga (Bombay Book Club, Paul Frank, “oculi de vitro cum capsula” nero, arancione e beigeSSS su plastica) e mi pro-jecto a capofitto nelcontest dei content; leggo avidamente alla ricerca dei contenuti di senso dei “pulse” (ammetto che qualche d’uno è di rilievo); leggo, leggo ancora, rileggo un’altra volta: il nulla, a parte le parole naturalmente.
E già, le parole...la parola è una tecnica (tèchne) pensola lingua una tecnologia. (n.d.r. so che qualche "anima bella" freme dalla voglia di farmi presente la lezione di M. McLuhan su “medium e messaggio”)
La parola di tutti i giorni, di tutti i secoli prima di noi, è una tecnica (la parola ci “fa”, come dire, ci pro-duce da sempre, da quando l’uomo è il medium-parlante) e non semplicemente nel senso banale, cioè comune, di modalità operativa; la parola è una tecnica in quanto fondamento di una tecnologia: la lingua appunto (l’ho già detto? ehhhh vabbé, ho l’alzheimer!).
Mumble..., mumble...; quindi, se la cosa sta accussì, il punto, mi pare, sul quale “sculacciare” la faccia ai guru guru è questo: amici cari, non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché semplicemente non c’è.
Perché dico sta robetta da nulla?
Perché la dicotomia: qui l’uomo, laggiù la tecnica, celebrata, più o meno esplicitamente, nei “Pulse”, nei “TED” nei “Bip” o nei “Bop”, è una minchiata; ergo: non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché non c’è.

NON ESISTE L’UOMO SENZA LA TECNICA!
(n.d.r. Non foss’altro perché è lui che la produce ovvero l’uomo produce se stesso insieme alla sua tecnica, ma questa è roba per fighi pazzeschi, sorvoliamo per il momento)

. La scimmia nuda s'infila le mutande.
Ora, mi rendo conto che chi si prendesse mai il disturbo di leggere quel che qui scrivo potrebbe domandarsi: dunque?
Dunque, amico caro, fai bene attenzione che la stragrande maggioranza dei guru-guru parlanti per il tramite di questo net-work, LinkedIn appunto, parla, per lo più, senza sapere di parlare (per la verità non sa nemmeno quello che dice quando è parlata dal linguaggio, direbbe quel gran pezzo di figo di Heidegger): e scrivono pure libri!
Naturalmente scrivere libri va benissimo, le biblioteche ne sono piene; persino io, come scrivevo sopra, ho una biblioteca poderosa... si, si, quella del nano-loft modenese.
In ogni caso la robetta da nulla di cui scrivo, come un qualsiasi scemetto di questo mondo, ha le sue fondate ragioni anche nel breve confronto scritto che ho avuto recentemente con Ivan Ortenzi, qui su LinkedIn, in merito al suo intervento tenuto al #BIpFF17 presso il milanese Palazzo Mezzanotte. (Cfr. https://youtu.be/czXJNa0ljao)
Il contesto è grossomodo quello che segue:
Ortenzi, dopo una lunga introduzione a vocazione storiografica, indugia per un istante sul da dirsi per poi sfoderare una sciabolata concettuale che avrebbe lo scopo di tagliare di netto il “fare” dell’uomo tecnologia da sempre, relegando, quindi, tutto quel che c’era prima in una indefinita oscurità primordiale, per sostenere che “all’improvviso avremmo a disposizione dei (n.d.r. oKKio a sta parola) dispositivi” tecnologici il cui obiettivo sarebbe migliorare le nostre “performance” cognitive (n.d.r. e la madonna!, ma dai?), cambiamento al quale l’essere umano non è abituato perché ha sempre mantenuto la famosa “Ars” romana come caratteristica unica del nostro vivere su questo pianeta.”.
Ergo, continua Ortenzi, “in maniera manifesta, da adesso in poi, dovremmo confrontarci con qualcuno o qualcosa che potrebbe pensare meglio di noi.”; tutto questo è, a suo dire, molto pericoloso.” (n.d.r. vai col liscio!)
Ora, onde evitare che mi decollino le palle nell’empireo, pongo la questione cosi: chi ha disposto i dispositivi tecnologici atti a migliorare le nostre “performance” cognitive?
Quale la sua cognizione di causa?
E come si è disposto, egli stesso, rispetto alle operazioni che sarebbero in atto al fine del cambiamento epocale degli abiti mentali dei suoi simili, ovvero, alla fine di tutto, il nostro “DIVINO ARTEFICE” lo sa che non si da una tecnica al di là dell’uomo che preceda l’uomo ovvero che lo prescinda?
E’ evidente anche al mio nipotino di due anni che pensare così, prima delle mie domande ingenue, è una superstizione tipicamente umana, troppo umana, giusto per evocare Nietzsche.

. L’uomo e la tecnica dunque.
Che ARGOMENTONE! Già, ma quale uomo?, quale uomo e che cosa è l’uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli “strumenti” per definirlo?, direbbe Kant.
Ora, se guardiamo bene, chi pone tali quesiti all’uomo è un uomo, il quale, appunto, s’interroga a sua volta e pone le sue domande a partire dalla tecnica, tipicamente umana, del parlare per il mezzo dello strumento o se preferite del dispositivo della parola, ovvero mette in atto la più tipica delle tecnologie dell’uomo: la parola e la sua lingua.
Per inciso, giusto per evitare che i soliti “folletti della foresta” se ne escano con proposizioni sciocchine nel tentativo di insinuare un qualche recondito odio da parte del sottoscritto verso il processo tecnologico in atto, si sappia che non ho alcuna resistenza verso il processo tecnologico in atto (in atto peraltro da quando l’uomo si è tirato diritto sugli arti inferiori liberando mani e bocca), processo del quale anche io, evidentemente, faccio parte come corpo agente, come corpo strumento con tutte le sue proiezioni/protesi esosomatiche; protesi/proiezioni alle quali conferisco una protensione di senso (tutti lo facciamo) per il medium di un transfert esterno, autorappresentativo, che è lo strumento o se preferite il dispositivo di relazione esosomatica: il linguaggio!
Il linguaggio è una protesi esosomatica edificatrice di senso per il medium dei suoi segni/simboli.
Qualsiasi strumento o dispositivo esosomatico è rappresentazione agente del mondo: lo è producendo effetti nel mondo e, per effetto del suo rimbalzo, traendo effetti dal mondo.
Dunque, miei cari adoratori di feticci apotropaici, alla radice del lavoro sta sempre la tecnica/tecnologia parola con la sua lingua e tutti i suoi possibili linguaggi: altro che Lewis Mumford!

P.s.: riporto, qui sotto, per dovere di cronaca, lo scambio avuto con Ivan Ortenzi cui faccio riferimento nel post.
O.: Riscoprire l'importanza di essere umani per gestire singolarità ed età dei robot è veramente 0.0
T.: Ivan Ortensi, sulla postura del pensiero che sottende al concetto "essere umani 0.0, 0.1, 0. nulla, avrei le mie perplessità: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? La tecnica, ed il lavoro che la costituisce, non è un evento o fatto recente ma antichissimo. La "parola", giusto per produrre un contenuto di senso, è una tecnica e lo è in quanto fondamento di una tecnologia: il linguaggio appunto; pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza, non esiste una tecnica prima dell'uomo. Sostenere che arriverà una tecnologia che migliorerà le capacità cognitive di ogni essere umano è privo di senso tanto quanto sostenere che l'uomo non vi sarebbe abituato: la presunta tecnologia atta a migliorare i processi cognitivi umani è, guarda caso, il risultato prodotto di processi cognitivi tipicamente umani , processi che già la trascendono in quanto la precedono e la fondano. Pertanto la proposizione "...qualcuno/qualcosa (a.i. suppongo) che potrebbe pensare meglio di noi" pensa, si fa per dire, sempre a partire da chi l'ha pensata e messa in atto ovvero un essere umano. A chiosa di quanto sopra ribadisco: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Un caro saluto Alessandro
O.: Caro Alessandro, dissento totalmente. Mi permetto di dire che le tue osservazioni attengono proprio a quel modello cognitivo lineare che sarà messo il profonda crisi da AI, singolarità e nuove macchine senzienti. Per capire tutto questo dobbiamo trascendere il modello lineare. Siamo capaci di farlo, lo abbiamo fatto con la teoria della relatività relativa e con la meccanica quantistica solo per citare due esempi recenti. Mi permetto anche di dire che " non succederà mai" è proprio quello di cui non abbiamo bisogno ora. Ti suggerisco anche di approfondire alcuni elementi di analisi della relazione uomo, tecnica e innovazione leggendo il prezioso lavoro di Lewis Mumford. Ad maiora.
T.: Ivan grazie della sollecita risposta. Inanzi tutto in particolare cosa mi suggerisci di rileggere (ancora?) di Munford? A seguire: legittimo dissentire, in parte o nella totalità, da una posizione intellettuale altra dalla propria (è cosi?) salvo poi argomentare ex professo, rispetto alla posizione non condivisa. La questione sollevata è l'uomo (con la sua tecnica e quindi i suoi prodotti); io ho domandato: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? Per inciso è, quella che precede, la domanda che sottende tutte le operazioni concettuali che conducono il caro Einstein alla sua Teoria della Relatività (non solo quella naturalmente), il quale, per altro, aveva perfettamente chiaro che la "parola" (logos) è una tecnica; io non ho posto la questione della bontà o meno della tecnica, io ho posto in evidenza che distinguere l'uomo dalla tecnica è un errore pericoloso oltre che una insensatezza "cognitiva", se preferisci posta così la questione, infatti ho scritto: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Per spiegarmi meglio: non esiste l'uomo senza la sua tecnica. Dire "della relazione uomo, tecnica e innovazione" secondo questa tecnologia della parola (nella sua pratica orale o di scrittura) è una insensatezza, qualsiasi tecnica con la sua pratica tecnologica arriverà sempre per mezzo dell'uomo con l'uomo.
Dimenticavo: quando, da uno "strumento" (tecnologia), emerge l'umano? Altrimenti dal discorso che hai proposto al tuo pubblico non si apprende quello che, opportunamente, solleciti quando parli di "esseri umani" e "trascendenza" . P.S. in luogo di "Al di Là" io preferisco dire "A di qua per differenza".