venerdì 13 febbraio 2015

NESSUNO USCIRA’ VIVO DA QUI … OVVERO COME HO LETTO, TRA LE RIGHE, L’INTERVISTA ALLA MOLTO ONOREVOLE FILOSOFA MICHELA MARZANO.



Non so se puntualizzare l’ovvio sia sempre un bene; ma, nel caso in cui lo fosse, in che senso lo sarebbe un bene?

Partiamo dal principio, altrimenti corriamo il rischio di non trovare nemmeno la coda.

Il principio era la mano, la mia, che attenta, giudiziosa e con dita delicate, raccoglieva i quotidiani che avevo deciso di leggere in treno, la mattina di giovedì 5 febbraio u.s., durante il mio viaggio di ritorno verso casa: Corriere della Sera, Il Foglio ed Il Fatto Quotidiano, giornale che non amo ma che leggo con regolarità (chi se ne frega! esclamerete voi; frega a me!, esclamerò io).

Sfoglio per primo il #CorriereFoglioFatto, per deformazione mentale, leggo contemporaneamente più quotidiani o libri, sono abituato così, sin da bambino, e fino a che l’Alzehimer non deciderà di farsi una vacanza presso il sottoscritto credo che procederò come indicato poco più sopra.

Sfoglio, dicevo, buttando i quattr'occhi tra le pagine, un poco di qua e un poco di la: ma guarda chi si vede!

A pagina sei del Fatto scorgo, scomodamente adagiata ad un contrafforte in travertino (?), d’epoca papale credo, la filosofa Michela Marzano, tutt’intorno l’ingabbia l’articolo intervista di Antonello Caporale.

Più che il titolo in quanto tale mi risveglia la memoria il breve ed educatissimo scambio, di caratteri di senso, che ho avuto con la Marzano qualche sera prima (n.d.r. il 3 febbraio u.s.) su twitter: non potevo non leggerlo.

Parto dal fondo, dalla fine se preferite, amo rovinarmi le sorprese e succhiare tutto il midollo della vita subito!

Domande in grassetto, risposte in “gessetto”, è professoressa; mediatamente mi pare di scorgere due o tre cose, così credo io, che per analogia ho in comune con la Marzano: Jim Morrison, un nonno che fu deputato ed il senso della libertà come rischio necessario.

Che faccio, vado per punti? No!, vado come mi pare.

Quindi scriverò, brevemente, solo della libertà come rischio necessario, secondo quello che, inconsapevolmente, la Marzano mi suggerisce per il tramite del suo parlare esibito.

Prendo subito le mosse dall’intervista, come scrivevo righe sopra, e più precisamente dalla domanda originante il discorso del suo interlocutore, il quale nella sua immensa ed opportuna ingenuità (andatevi a leggere l’etimo da bravi scolaretti come ho fatto io) chiede: “che ci fa una filosofa in parlamento? “.

La risposta implicita è: fa ciò che fa un filosofo, ossia si occupa della Polis, ovvero mette in pratica quell’esercizio di libertà come rischio necessario che è la politica, con la sua verità ex-posta-esibente in transito.

Lei però risponde, sorniona e intelligente, dicendo quel che non si fa, ovvero la politica senza competenza, che per alcuni (molti) non è dato certo, qualità oggettiva, risultato di una fatica.

Ecco cosa intendevo col mio puntualizzare l’ovvio!

Ed è proprio sull’ovvio puntualizzato che mi soffermo, perché nel leggere ho sbattuto il nasone su un ovvio eccellentissimo;  la Marzano esordisce con una questione che per un filosofo in transito è irrinunciabile: “appena ho varcato il portone m’han subito spiegato …”: straordinario!, se non fosse tragico sarebbe persino comico; no, non quel che dice la Marzano, che non fa altro che dire l’ovvio invisibile al senso comune del popolo, ma la pretesa di educare dispensando "saggezza" come un Solone qualunque.

Peccato che quell’ovvio, scontato, non lo sia per chi opportunamente, come la Marzano, pensa di portare il buon senso e la buona misura (tipici strumenti) della cultura dentro al Palazzo: sarà mica per questo che l’intervistatore arrischia una profezia, che la condannerebbe al limbo degli intellettuali rancorosi?

Poco importa, almeno al sottoscritto, e forse anche alla Marzano.

E però sono e siamo ancora qui, al principio della questione politica, dove il transito di certe soglie sembra necessitare, ossessivamente, spiegazioni rituali, frutto d’antiche ed arcane dottrine iniziatiche: sia mai che tu possa pensare d’esser li per uno scopo che, anche solo lontanamente, possa aver a che fare con “l’etica applicata alla realtà”.

La Marzano lo sa bene che l’etica altro non è che comunione del senso morale individuale che si inscrive nella relazione coi propri simili, dentro l’ambito del consorzio della civitas.

Domanda ingenua: perché, dunque, qualcuno sente l’intimo desiderio di somministrarle, come forma necessaria, dottrine comportamentali a prescindere?

Naturalmente io non so cosa abbia pensato la Marzano, come potrei!

Tuttavia, quando qualcuno ha subito inteso somministrale delle “accorate spiegazioni” in merito a come si faccia o non si faccia, a Montecitorio, il politico, come per incanto ho immaginato la nostra filosofa mentre varcava la soglia della Università dove insegna … e d’una cosa, qui, son sicuro, pur non avendo visto, che appena varcata la soglia della Decartes di Parigi a nessuno è venuto in mente di spiegarle come si fa il filosofo.

Alessandro Tesini



https://antonellocaporale.wordpress.com/2015/02/06/michela-marzano-lonorevole-incompresa-e-la-legge-del-parlamento-se-non-sei-fedele-sei-invisibile/






sabato 31 gennaio 2015

ASPETTANDO GODOT; OVVERO IL GIOCO DEL CORPO INALLOGABILE. SECONDA STANZA

SECONDA STANZA.
LA SCHEGGIA
N(eutro) N(arrante). Quasi sull’orlo dell’insignificanza, transitano: qui non è più l’abisso la sì, ma non ancora. Essi avanzano, come prede attese al varco, varco che noi chiamiamo corpo progettante in azione; il balzo in avanti pro-mette altre innumerevoli azioni pro-gettanti, promette il luogo, il gesto ed il suo ri-flettersi inaccessibile non accadente sulla soglia del corpo.

OI. Caro mio potrei, però, sbagliarmi nel definire l’assoluta immobilità del nostro discorso.
IO. E allora perché dici così, perché dici della immobilità e poi ritratti? A me pare che tu faccia un discorso doppio.
OI. No, non dico questo, almeno non mi pare, tuttavia dobbiamo comprendere, se le cose stanno come dici tu, di che doppio si tratta: ovvero cosa produce il nostro parlare.
IO. Insomma questo su e giù, questo qua e la mi fa venire il mal di testa: decidiamoci una volta per tutte!
OI. Lo so, la questione è decisiva, ed ora che ci siamo affacciati, coi piedi ben piantati sopra questa soglia, possiamo solo voltarci indietro e … /interrotto bruscamente da IO/
IO. Altolà!, amico mio, o tu o io, ma il più forte tra i due son io. Non ti permetterò di tornare sui tuoi passi, se lo facessi non potresti più dire quel che hai detto sin qui: altolà perciò!
OI. Va bene, non farò alcun passo indietro, mi volterò soltanto per dire la soglia, questo me lo concederai almeno?
IO. Certo, è d’importanza decisiva che tu la dica: ma non un passo indietro, siamo già oltre.
OI. Altrimenti spariremmo, mente e corpo, ne sono consapevole; solo ora che la vediamo la diciamo, ora che ci voltiamo, con essa alle spalle, anche noi compariamo e comprendiamo: solo a partire da lei e dopo di lei possono emergere i termini del nostro dire e del nostro fare questionante.
IO. Dire la voce, dir con la voce, e rimbalzare di soglia in soglia ed anche il corpo, qui, si sa non più soglia, distanziato com’è dal farsi continuo del gesto vocale, e poi la voce; ora continua tu, io ti seguirò nell’oscillare tra i due poli del già e non ancora.
OI. Mi fa paura lo slancio oltre la soglia, quelle ambiguità ricorrenti, come gl’incubi che facevo da bambino, vorrei poter pervenire ad un chiarimento definitivo, vorrei dipanare le nebbie che mi costringono a capriole e capovolgimenti continui, vorrei … strapparmi anch’io, dalle fauci, con un morso risolutore, la voce: assolutamente fuori, assolutamente dentro.
IO. Forse non è sul corpo che dovresti esercitarti a mordere.
OI. Che intendi dire?, forse che dovremmo analizzare dal principio tutta la questione?
IO. Accomiatiamoci, amico mio, prendiamo le distanze: al largo da tutti quei gesti che ci dicono addosso.
OI. Bene, mettiamoci in cammino dunque.
IO. Osserviamoci. Osserviamoci traccianti l’orlo sempre in azione, sempre progettanti segni, circoscriviamoci inscriventi; queste azioni transitano costantemente e puntano il dito, socchiudiamo un occhio, tenendo ben aperto l’altro.
OI. Che altro modo avremmo, dimmi, per disegnar per bene percorsi che ricamano il limite dal di dentro, come fa un’esperta cucitrice che sa come muovere, delicatamente, l’ago che traccia il suo “da dove viene” ed il suo “andare verso”?
IO. Occorrono occhi e dita delicate, amico mio, per tracciare, segnando, unità di senso.
OI. Come dice bene! E poi, in queste azioni, ci tocca transitare ancora e ancora innumerevoli volte, come quando sui sentieri di montagna si segnano segni traccianti il percorso e si mappano gli innumerevoli tracciati coi traccianti.
IO. Comincio a sentirmi postumo, sempre in ritardo, seppur ad un soffio dal prendere l’attimo e stringerlo tra le mani, ma mi scivola tra le dita tese, sul filo della voce che rimane muta all’udire; rimango, così, solo ed al tempo stesso sono come doppio, il mio doppio inallogabile.
OI. La parola ci tradisce sempre, ci consegna nelle mani d’altri individui che ci imprimono sulla fronte il segno de-finitivo, come fossimo un Caino qualunque.
IO. E’ questo “Sigillum dei” che mi fa paura, temere per il mio corpo, il mio proprio corpo: ecco ora sono nudo!
OI. Questo segno dice per sempre l’assolutamente fuori e l’assolutamente dentro, esclama: girati! Ecco, dunque, non sei più tuo soltanto, non sei più propriamente tuo.
IO. A questo non avevo pensato: se impicca te impicca chiunque!, ti stringe alla gola e ti sospende lassù, in alto e in bella vista.
OI.   Che cosa sono mai disposto a fare, anch’io, rispetto all’altro? Ho bisogno di emergere come corpo, finalmente fuori di ogni corpo, finalmente riflesso dentro ogni corpo.
IO. Se così non fosse non sapremmo più dove girar la testa; ma che è poi questo saper girar la testa, e dove è riposto questo saper girare la testa? Io credo aldilà, “fuori del mondo”, nel suo essere sempre aldiquà, “dentro del mondo” per differenza. 
OI. Dunque, amico mio, nessun aldilà ha da venir di qua, nessun contraccolpo che stia fuori/dentro, nessun rispecchiamento universalizzante?
IO. Mi giro su me stesso, sicché ogni volta che parliamo mi ritrovo sempre nel punto da dove ho cominciato, eppure la verità delle mie proposizioni mi sembra duplice come terra tra due confini.
OI. Traslochi dell’anima e nascondigli del corpo, una cinesi continua dell'energia posseduta dal corpo in funzione della sua velocità, ecco cos’è per me un corpo: come terra tra due confini ove è possibile registrare il transito dell’evenemenziale. Almeno a me così appare.
IO. Ed il soggetto che lo porta, com’è? Il corpo in fondo, amico mio, non è forse un essere senziente esposto/proteso ed esibito al di fuori?
OI. Se il corpo è il soggetto, allora, può solo fondarsi in termini di risposta flessa e riflessa: eccolo dunque senziente nel suo esporsi, ovvero essere esposto esibente.
/silenzio
IO. E noi?
OI. Che intendi dire con “noi”, non capisco.
IO. Qual è la nostra parte in tutto questo?
OI. La nostra parte?: quella del postulante.
IO. Quindi siamo legati?
OI. Legati.
IO. Ma in che senso siamo legati, e come?
OI. Mani e piedi!
IO. Ma da chi? E poi, a chi?
OI. Al tuo grand’uomo: a Godot.

continua





TERZA STANZA ... [continua] 




lunedì 12 gennaio 2015

CHARLIE HEBDO, UNA RIVISTA PER TUTTI E PER NESSUNO.

CHARLIE HEBDO, UNA RIVISTA PER TUTTI E PER NESSUNO.





Charlie Hebdo una rivista per tutti e per nessuno. Accidenti!, e chi lo avrebbe detto mai che anche dei "vignettari" (mestiere rispettabilissimo), s'è offeso qualcuno?, partecipassero ad una sorta di Nietzsche renaissance, in forma digito grafiKa. 

"Ora, dato che pochi - troppo pochi - capiscono perché l’ha fatto, allora ha fatto bene.". (cit. http://goo.gl/E6dspI blog http://ilmioamicodio.blogspot.it/, conosco , personalmente, e stimo l'uomo che scrive il blog di cui sopra).

Tuttavia a partire da che, qualcuno, avrebbe fatto cosa, e lo avrebbe fatto bene?; qui è evidente l'insussistenza di qualsivoglia relazione genealogica tra il gesto satirico dei giornalisti di C.H., ovvero il gesto satirico in quanto frutto di pratiche, per dir così, grafiche, la ridotta capacità di comprensione del gesto in quanto tale, da qui i pochi: ma pochi rispetto a quali molti?, e la bontà del gesto satirico, esibito in tutta la sua tragica portata pubblica.  

Tornando a noi, ovvero alla domanda originaria, credo che potrei rispondere, almeno nell'immediato del trasporto emotivo, così: ha "fatto bene" le offese alla religione. Ma fatto in che senso, e poi, bene come?. Bene nel suo farsi stesso, cioè nel senso del farsi tipico della perizia tecnica del disegnatore, che esibisce, mediante il grafema, il suo sub strato ideologico irreversibile? 

Se le cose stanno così è difficile sostenere che non fossero competenti, come disegnatori almeno; è evidente che non vi sia alcuna pre-tesa, qui, di rimandare oltre il detto, anche perché il detto, con la sua parola caratterizzante, è sempre postumo, come del resto lo è il segno grafico, che è, non solo postumo, ma anche posticcio.

Facciamo un salto, almeno per il momento: contestualizziamo il tutto all'interno delle pratiche di vita, di parola e di scrittura che sono tipiche esibizioni del fare relazionante dell'uomo. 

Prima però voglio ricordare che (ci tengo da morire) un certo Gesù , duemila anni fa, fece scandalo rischiando grosso: DUEMILA ANNI DI STORIA E NON ANCORA UN NUOVO DIO! (F. Nietzsche)

E si, perché l'ebreo Gesù non le mandava mica a dire, aveva il brutto vizio di farla, la morale, personalmente: "Non sono venuto a portare pace, ma una spada" (Mt 10,34b)
O cazzo! (volevo scrivere oddio ma era troppo  politicamente corretto), sarà mica un terrorista!? Non corriamo, non corriamo, piano e per punti, poi torniamo a Gesù.

Laïcité, prima di tutto!, nessuno uscirà vivo di qui, neppure gli intoccabili! (Si, era Jim Morrison, mi avete scoperto); dunque scrivevo: Laïcité, prima di tutto!, ovvero la più alta espressione di conquista, occidentale, della realtà e della libertà assoluta "in sé": ma va là! 

Effettivamente l'ho trascritta grossa: la Libertà in sé, che ideona! 

In altri termini la potremmo tradurre così, almeno credo: libertà come nozione assoluta della verità "in sé", relativa al pensiero del soggetto che pensa. 

Si, no, boh?, vedremo. 

Per quanto ne so una nozione o idea di una "realtà assoluta", per giunta sussistente in se medesima è, a me pare, assurda, soprattutto se pensata dileguata (quanto mi piace questa parola!) da una qualsiasi nozione o idea, non fosse altro perché il concetto di "realtà assoluta in se" o "cosa in sé" è una nozione o idea. 

Riprendo le fila, elenco i concetti che voglio pensare criticamente: diritto illimitato di satira, come espressione della Laïcité, che è la più alta espressione di conquista occidentale della realtà e della libertà, almeno secondo i sacerdoti, i diaconi e i chierici della rivista Charlie Hebdo, ma anche per i loro epigoni. 

E qui, però, è difficile: diritto illimitato; passi la parola satira, soprattutto se abbiamo cognizione del fatto che l'etimo della parola satira, dal latino satura lanx, affiderebbe il suo senso primo ed ultimo al vassoio riempito di offerte agli dei, che è una evidente buccia di banana per "laici" incalliti; se, poi, alla redazione di C.H. sapessero cosa significa laico e che, ad esempio, anche i cristiani non appartenenti al clero sono laici, gli prenderebbe un colpo: opsss m'è scappato, il colpo. LA SATIRA, LA SATIRA: MON AMOUR!

Naturalmente, lo do per assodato, siamo tutti d'accordo sul fatto che non ci sia questione seria che non possa o debba essere seguita da una fragorosa risata, ma il "diritto illimitato" di dire, fare, baciare, lettera, e/o testamento, chi se la sente di metterlo in discussione?

Io, o per essere più precisi, la giurisprudenza occidentale o parte di essa (non ho nozione del diritto penale, e delle relative procedure, di tutti i paesi europei), però in Italia (la Francia non si discosta molto, da loro la diffamazione è regolata dall'art. 29 della legge 29 luglio 1881), la diffamazione è sancita penalmente (che paese di barbari!), cito:

 "Nell'ordinamento giuridico italiano, la diffamazione (art. 595, codice penale) è un delitto contro l'onore ed è definita come l'offesa all'altrui reputazione, comunicata a più persone con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di comunicazione. A differenza del delitto di ingiuria di cui all'art. 594 c.p., il delitto di diffamazione può essere consumato solo in assenza della persona offesa.
Il bene giuridico tutelato dalla norma è la reputazione intesa come l'immagine di sé presso gli altri.
L'analisi testuale della norma consente di risalire ai suoi elementi strutturali: l'offesa all'altrui reputazione, intesa come lesione delle qualità personali, morali ,sociali, professionali, etc. di un individuo; la comunicazione con più persone, laddove l'espressione "più persone" deve intendersi senz'altro come "almeno due persone"; l'assenza della persona offesa, da intendersi secondo la più autorevole dottrina come l'impossibilità di percepire l'offesa."

Sono colpito!, non parlo perché son rapito...quindi scrivo, ecco qui: 


La diffamazione è un delitto contro l'onore ed è definita come l'offesa all'altrui reputazione.

Dunque, se non ho capito male, l'offesa consisterebbe nell'essere lesivi dell'altrui dignità, delle sue qualità personali, morali, sociali, professionali; dunque chi diffamasse si arrogherebbe la pretesa di annichilire il diritto all'onorabilità, il diritto alla rispettabilità, il diritto alla dignità dell'altrui persona, anche quando il concetto di "persona", estensibile e declinabile, rimanda inderogabilmente alla pluralità dei gruppi umani oltre al proprio, nella specificità esaltante dei suoi generi, e nel pieno della loro espressione etica quindi sociale: una umiliazione dell'altro in piena regola, altro che Laïcité! 

Ora, però, per non dispiacere agli dei ma anche per non confondere troppo le sinapsi agli imbecillotti, debbo sostenere che la satira non sempre nasconde, come ho scritto altrove, un pensiero insofferente ed intollerante, che non sopporta chi non si conforma, radicalmente e totalmente, alla "laïcité", olè, olè, olè.

Questo concetto, "pensiero insofferente ed intollerante..." ecc., è, a mio giudizio, fondato quando si tratta di Charlie Hebdo ed eventuali epigoni.


Perché? Perché genealogicamente l'anarchico ed anche un poco "fasciste avec le aggravante rouge" (si scrive così?, speriamo), gruppo di lavoro della rivista C.H., è asservito all'idea della Laïcité  quale più alta espressione di conquista, occidentale, della realtà e della libertà assoluta "in sé". Senza dimenticare che la libertà assoluta, così tanto celebrata, in Francia la si ottenne a suon di "sgozzamenti cervicali": ricordate la ghigliottina, o vi difetta la memoria della storia?


N,B.: Esibisco la prova del "fasciste avec le aggravante rouge":




Lo dico io? no, lo dicono loro, lo ha ribadito la moglie del fu direttore della rivista Charlie Hebdo. 

Oggi Il mio amico Dio, alias @lddio, nel suo scritto sostiene che essere lesivi dell'altrui dignità, delle sue qualità personali, morali, sociali, professionali (lui, per onore di cronaca, scrive "la presa in giro della religione", anche senza nessun rispetto...") serva a ribadire il concetto che noi siamo in un mondo libero. Domando: quale mondo libero?, libero da che o da chi?, dalle religioni? 

Dunque: Liberté, Égalité, Fraternité?, ma se sono palesemente concetti pilastro della dottrina e della vita cristiana, enunciati dall'ebreo Gesù, e ribaditi allo sfinimento dall'ebreo-romano (ius soli, con buona pace di Salvini) Saulo di Tarso. 

Ecco qui, giusto un cammeo, per ribadire il concetto di "mondo libero", che "libero" lo è, solo ed esclusivamente, a partire dalla prospettiva totalizzante dell'occidente, il quale, di norma, censura esibendo un preteso ridicolo del sentimento religioso (ma non solo), proprio o altrui, quale espressione impossibile della propria cultura ovvero di tutte quelle pratiche di vita, di parola e di scrittura e quindi di relazione rispetto alle verità (sempre relative appunto) sulle quali sono fondate, da migliaia di anni, le tradizioni di senso più proprie della nostra civiltà e di quelle altrui, questo che ci piaccia o no. 

Affermare che la "laïcité" sia la più alta espressione di conquista occidentale della realtà e della libertà "in sé", non solo sprofonda nel ridicolo chi lo afferma ma rivela la pochezza della profondità del pensiero di chi la sostiene. 

Tale pretesa conquista di verità assoluta è palesemente assurda ed inconsistente.



Ora però debbo tornare a Gesù, lo avevo promesso ai miei pii lettori.

Dunque l'ebreo Gesù, che non le mandava mica a dire, e che aveva il brutto vizio di fare, personalmente, la morale agli uomini di potere, fa quel che fa e dice quel che dice non tanto per osare in faccia al potere, o per fare cose estremamente diverse dalla norma (è un paladino della buona norma, quella del Padre Suo) o dalla convenienza, ma per richiamare al senso della relazione tra l'essere dell'uomo con l'altro uomo, quello che gli si pone di fronte e reclama giustizia: ogni giorno (potere e libertà).

Ma questo senso della relazione, fondativo della libertà e della giustizia, come è, dov'è ed in che senso è quel che è?, domandereste appropriatamente voi; qui in sintesi: caro Pilato dimmi, che potere avresti tu se non ti fosse dato da chi sta sopra di te? Altrove, ma ve lo andate a leggere da soli: Il giovane ricco, Matteo 19, 16-22. 

Giungo alla fine dunque, con sommo gaudio vostro,  per sollevare il problema della satira fondamentalista quella ad ogni costo anche della vita, se non fosse tragico, sarebbe persino ridicolo sostenerlo: che Iddio ce ne scampi.

N.B.: per accedere alla comprensione del post, nella sua opportuna dimensione critica, si deve leggere il lavoro di @lddio, dal titolo
"SE LA E' CERCATA", all'indirizzo riportato qui sotto:

 http://goo.gl/E6dspI blog http://ilmioamicodio.blogspot.it/

Alessandro Tesini




domenica 12 ottobre 2014

ASPETTANDO GODOT; MENTRE VOI LO ASPETTATE, IO VADO A CERCARLO.


   ASPETTANDO GODOT: OVVERO IL GIOCO DEL BUON SENSO E DELLA LOGICA ICOERENZA.
(… mentre voi lo aspettate, io vado a cercarlo.)

CERCANDO GODOT UN’ATTESA INASPETTATA. 

 PRIMA STANZA.

Andiamocene.
Non si può.
Perché?
Aspettiamo Godot
Già, è vero. (Pausa). Sei sicuro che sia qui?
Cosa?
Che lo dobbiamo aspettare”.
(Aspettando Godot, Samuel Beckett, Teatro, Einaudi ET, Torino)


"Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa.
“È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione."
    (La gaia scienza, aforisma 125, F. Nietzsche, Opere, Adelphi PB, Milano)


IO. Avrei potuto esordire così, con il gigantesco Nietzsche nel suo "La Gaia Scienza": infatti ho esordito così, con il gigantesco Nietzsche nel suo "La Gaia Scienza". /compiaciuto/

OI. L'incipit è noto. 
                                                                    
IO. /legge con enfasi/ Vladimiro ed Estragone stanno aspettando su una desolata strada di campagna un certo "Signor Godot" - /Vladi ed Estra sono anche chiamati: Didi e Gogo /.
Secondo gli studiosi più accreditati l’opera teatrale[1], più rilevante e significativa, di Samuel Beckett, sarebbe proprio “Aspettando Godot” –

OI. /con un sospiro/ Beati loro, a me, talvolta, non riesce neppure distinguere il significante dal rilevante.

IO. Aspettando Godot è opera drammatica, costruita intorno alla condizione dell'attesa, in un continuum tra giochi linguistici ed intenzionali rimbalzi semantici dei significati.

OI. Quindi, a sentir loro, gli “accreditatissimi”, il tema del dramma sarebbe costruito intorno alla condizione dell'attesa, mentre dal punto di vista dell’analitica del testo emergerebbero, di volta in volta, giochi linguistici e rimbalzi semantici intenzionali, rispetto alle significanze[2], più o meno espliciti?

IO. Ci arriviamo, dammi fiato. Dunque dicevo: se le cose stanno così i nostri Didi e Gogo, e noi con loro, saremmo più che legittimati a starcene seduti in attesa: ma in attesa di che o, in questo caso, di chi? /alzando interrogante gli occhi al cielo/

OI. Beh, di Godot, è ovvio!

IO. Ovvio? Sei sicuro che sia davvero così? Se si, come fai ad esserne sicuro e a partire da cosa lo sei? Voglio dire, stanno davvero in questo modo le cose, “come questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso”?  … /tra sè e sé ma ad alta voce/ Per la verità sto cominciando a crederlo anch’io.

OI. Dio!, punto.

IO. No, no, no, Dio non è stato punto da nulla, almeno credo che non lo sia stato; il punto, appunto, è che, a guardar bene, in Inglese “God” significa Dio, mentre "dot" si traduce con "punto".

OI. Tu dici?

IO. Ma certamente! Quindi ho ipotizzato che Beckett, in questo modo, abbia volutamente, almeno così io credo, lasciato libera interpretazione sull'identità di Godot, tanto per far impazzire i golosi.

OI. E questo cosa c’entra?

IO. C’entra, c’entra. Dato che, a me così risulta, il nostro Samuel, perfettamente bilingue, aspettando Godot lo scrisse in francese, come tutti i suoi capolavori del resto, noi siamo letteralmente autorizzati, senza alcuna idiosincrasia retorica, tipica dei critici rompicoglioni di sinistra, a sbattercene le pagine sul tavolo, come pugni tesi nelle tasche rotte, e concederci alla libera lettura del testo.

OI. Cogito, ergo…?
  
IO. /con un poco di retorica / Se è vero che il suffisso "ot", in francese, vuol dire a sua volta "piccolo", dando così un'ulteriore caratteristica al Dio del quale si questionava poco più sopra, noi possiamo saltellare di qua e di la nel testo, non senza un impudico compiacimento, nel modo che più ci aggrada.

OI. Bilocazione letteraria dunque: olé, olé, olé.

IO. Tempo fa ho letto, solo perché lo so fare, che in un'intervista, Beckett stesso, respingeva categoricamente questa lettura del suo Godot: “… non avevo alcuna intenzione di riferirmi a Dio.”

OI. Ecco, vedi!

IO.  Balle!, amico mio, balle! Piccolo o grande che sia qui Dio c’entra come i cavoli a merenda /pausa, alza lo sguardo perplesso al cielo/; per inciso mangiare i cavoli a merenda è arbitrario tanto quanto non farlo,  pertanto io, del tutto arbitrariamente, Dio, ce lo faccio entrare, come il punto sulle ¡ e la dieresi sulle Ö.

OI. Io non ti capisco; anzi, io non ci capisco più niente!

IO: Ma è ovvio, dai!, a questo punto il divertimento del Beckett, naturalmente a danno di noi poveri lettori comuni, consisterebbe nel far emettere, ai dottissimi interpreti del suo pensiero, giudizi, sentenze  e amenità metafisiche, sulle intenzioni ultraesistenziali dell’uomo comune in rivolta, che non sa neppure di sé, del tipo: “L'autore voleva sottolineare la frustrazione dell'uomo nel suo tentativo fallimentare di "muoversi", procedere, cambiare la sua posizione…”, e che a me, d’altro canto, fa scrivere che l’uso  della parola "Godot", nella forma crastica  dalle due parole, "go" e "dot", cioè "va" e "fermo", poiché "dot" in inglese è "punto", che Go+d+ot spiegherebbe l’intenzione del Beckett di parlare di Dio per bocca dei suoi protagonisti.

OI. Con tutto quel che segue.

IO. “Hai letto la Bibbia?”

OI. “La Bibbia?... Mi pare d’averci dato un’occhiata qua e là, una sbirciatina, giusto per …”

IO. /interrompendolo/ Vedi!, è proprio questo il punto.

OI. /con ironia/ E la virgola?

IO. A dire la verità, posto che la verità si lasci esaurire nel linguaggio, a me pare che parli dell’uomo, piuttosto che di Dio; tuttavia non sono in grado di sostenere che, in definitiva, lo faccia, come abbiamo detto prima, per sottolineare la frustrazione dell’uomo nel suo tentativo fallimentare di muoversi, procedere e cambiare la sua posizione, ma piuttosto senta l’esigenza d’interrogarsi interrogandoci …

OI. Interrogarsi interrogandoci? E per quale motivo sentirebbe l’esigenza di farsi delle domande, o di farle a qualcuno?

IO. Per un fatto di logica incoerenza.

OI. Logica incoerenza?, ma non ha senso!

IO. Questa è buona! Appunto, vedi?, la questione sta proprio qui, nella incoerenza della sua logica ferrea e rigorosa, ma piena di buon senso.

OI. Fammi prendere fiato e ricominciamo daccapo.

IO. Niente da fare!, dobbiamo procedere oltre, non possiamo ricominciare: è impossibile.

OI. Ti prego, si ragionevole … 

IO. No!, cioè si, riprendiamo la “lotta”, e bada bene che non abbiamo ancora neppure cominciato a scalfire la questione.

OI. /rassegnato/ Va bene, ti ascolto.

IO. C’è un passaggio all’inizio del primo atto dove Estragone dice a Vladimiro: “Si può sapere dove il signore ha passato la notte?”, e Vladimiro risponde: “In un fosso.

OI. Attento!, certi pensieri sono troppo per un uomo solo; comunque va avanti, cominci ad incuriosirmi.

IO. D’altra parte a che ti servirebbe scoraggiarti?

OI. /minaccioso/ Vuoi farmi inquietare!?

IO. D’accordo, d’accordo! Ecco qui cosa ho pensato: la domanda che, non senza una certa freddezza, l’uno rivolge all’altro e che sembra posta con un tono che tradisce una sensibilità risentita, chiede della distanza siderale che li ha separati quando erano ad un passo dal lanciarsi nell’abisso.

OI. /tra l’ironico ed il sarcastico/ Si, come no!, dalla Torre Eiffel e, magari, tenendosi anche per mano.

IO. Infatti! Se solamente non m’interrompessi continuamente capiresti cosa sto cercando di dire; ricordi, a poche righe dall’inizio del primo atto, dopo la pausa di silenzio che segue il “… dove Vostra Altezza ha passato la notte?”?

OI. /nell’atto di pensare/ Mi pare di ricordare qualcosa … Maledizione!, questa scarpa mi duole … /nell’atto di levarla/

IO. Ma che fai?, ti sembra il momento? Bah! Non importa, andiamo oltre; stavo dicendo che Didi e Gogo erano ad un passo dal lanciarsi nell’abisso ma sono stati trattenuti.

OI. /sotto voce/ Peccato! E da chi?/togliendosi la scarpa e fissandola nell’interno/

IO. Credo dai pensieri della gente perbene.

OI. /alzando la testa verso IO con aria inquisitiva/ Della gente perbene? Ma che significa “dalla gente per bene”?

IO. Gli uomini comuni, quelli che se la prendono sempre con qualcuno quando la colpa è di qualcun altro; quelli che si lamentano sempre delle cose che vanno male ma vi è, infine, sempre un interesse profondissimo in ogni epoca della storia dell'uomo a che le cose vadano alla malora: e chi vorrebbe mai uscir fuori dalla propria malattia!?
OI. /tra se e se/ La cosa comincia a preoccuparmi. /ad alta voce/ Forse qualcuno che ha voglia di farsi quattro passi, qualcuno che conservi ancora un briciolo di buon senso. 

IO. Non ti capisco, non potresti essere più chiaro? Lasciamo stare. Te li ricordi i Vangeli?

OI. /ridacchiando sotto i baffi/A giorni alterni ed intervalli dispari.

IO. /guardandolo con fastidio e sospetto/ Be’!, per sicurezza te li racconto lo stesso.

OI. /guardandolo divertita curiosità/ Tutti, tutti?

IO. /sempre più irritato/ Non sei per nulla spiritoso, amico mio.

OI. /ridacchiando/ E chi vuole essere spiritoso!?

IO. Se è vero che il nostro autore voleva parlare di Dio senza farsi troppo scorgere, lo fa in maniera magistrale ed anche un poco subdola /quest’ultima, fingendo di pensare, ad alta voce/

OI. /continuando a fissarsi la punta dei piedi/ Perché subdola?

IO. Te lo dico: subdola perché è dall’abisso dell’inferno che fa recitare la parte, a Didi e Gogo, dei due ladroni!

OI. /inquisitorio ma distratto/ Quali ladroni?

IO. Basta!, io me ne vado! /fa per andarsene/

OI. /cercando di sdrammatizzare/ Dai, andiamo, andiamo, bisogna rilanciarti la palla, di tanto in tanto.

IO. /si ferma/ Va bene, ma non accetterò altre provocazioni d’ora in avanti.

OI. D’accordo, d’accordo. /a bassa voce e sospirando/ Terribile sacrificio!

IO. Dunque…, due ladroni, crocifissi assieme al Salvatore; è da qui che parte lo spunto per parlare di Dio, dell’attesa, della Morte, della morte dell’uomo, della sua salvezza e della sua condanna… /fissando la sua ombra/…almeno credo.

OI. /inebetito o fingendo di esserlo/ Và avanti, ti sto ascoltando.

IO. /simulando timore reverenziale/ Si? Non ti sto annoiando?

OI. /simulando interesse/ No-no, anzi.

IO. E poi c’è l’Albero.

OI. /sorpreso si guarda attorno/ Albero, quale albero?

IO. Quello biblico, che è metafora dell’Albero della Vita e della Morte ed anche di quello della Conoscenza del bene de del male. /come ispirato/ E’ proprio li che, Didi e Gogo, stanno aspettando Godot, è la condizione per incontralo: aspettarlo davanti all’albero.

OI. Qui di alberi però ce ne sono due. /tra se e se/ ed uno è di troppo, mi pare.

IO. Certo! Sta anche qui il gioco della logica incoerenza: nel riportare il due all’uno e l’uno al due.

OI. Tombola!

IO. /indispettito/ Avevi promesso di smetterla con l’ironia.

OI. /alzando le mani in segno di resa/ Scusa, scusa, però, pensandoci bene, l’albero e la pietra non sono simboli pagani?

Io. Che cosa vorresti dire?

OI. Mi ricordo che ad un certo punto del primo atto dopo la discussione sui Vangeli e dopo aver discusso dell’albero...

IO. /interrompendolo/ Si, hai proprio ragione è proprio così, l’Albero e la Pietra sono simboli, sono rimandi espliciti a…

OI. Beh, io veramente non alludevo a nessun simbolo, dicevo così per dire, per vedere se la mia memoria era ancora buona …

IO. /agitato e rosso in viso/ Oh, insomma! Vuoi piantarla d’interrompermi e lasciarmi parlare!?

OI. /piagnucolando/ Sei spietato e crudele.
.
IO. Ti prego, per l’ultima volta, lasciami continuare il ragionamento senza interrompere.

OI. /rassegnato/ D’accordo, ti ascolto.

IO. Ripartiamo dai Vangeli, come ben sai sono quattro e solo in uno di questi si parla dei due ladroni, perché Didi ad un certo punto se ne salti fuori con questa storia dei ladroni dei Vangeli…?

OI. Ah, io non lo so proprio.

IO. /guardando torvo il suo interlocutore ma continuando a parlare/ E’, appunto, quel che stavo per dire. Credo che Beckett abbia voluto, appositamente, disseminare d’indizi il suo “dramma dell’abbandono e dell’attesa” a partire proprio dall’apparente casualità dei rimandi simbolici tipici della tradizione biblica.

OI. Però, chi lo avrebbe mai detto, salvati dall’inferno.

IO. Chi?

OI. Come chi, i due ladroni! /pausa/ Non avevi detto così?

IO. No, avevo detto che c’è una gran confusione nei Vangeli perché non tutti gli evangelisti parlano di questo fatto: due lo omettono, un altro dice che tutti e due lo hanno insultato e l’ultimo dice che solo uno si è salvato.

OI. /rimirando la scarpa che ha in mano/ Effettivamente è un gran bel pasticcio. E la gente che dice?

IO. La gente è troppo cretina, non sa quel che dice e non sa neppure quello che fa; ha sempre una doppia vista a seconda di quello che le conviene. Questo carattere transitorio degli uomini mi ha sempre infastidito, sino allo sfinimento.

OI. Non ci pensare, la doppiezza nell’azione umana è proprio il riflesso del suo carattere transitorio.

IO. /muovendosi nervosamente / E’quel che ho detto.

OI. /muovendosi verso IO/ E poi, lascia proprio che te lo dica, a me i due ladroni non sono mai piaciuti. Troppo attaccati alla vita, /alzando il tono della voce/ mi sa che è per quello che li hanno crocifissi!

IO. /lo guarda basito/ Credo che invece il motivo sia un altro.

OI. E quale, di grazia?

IO. Credo sia stato per la loro doppiezza, intendo dire che se è vero che il doppio è da sempre la metafora dell’anima, era inevitabile che arrivassero sulla soglia limite del qui e del là.

OI. Un poco come noi due.

IO. Che intendi dire?

OI. Oh, soltanto che non siamo ancora venuti a capo di nulla del tuo ragionamento iniziale, insomma io non ho ancora capito se poi aspettare Godot è servito a qualcosa.

IO. Già, è vero.
...continua












[1]  Aspettando Godot, da molta critica teatrale è stata,  a lungo,  considerata l’opera più significativa del teatro del secondo Novecento.
[2] La significanza è una nozione legata alla teoria letteraria.
Secondo il teorico Michael Riffaterre, all'interno di un testo letterario, ogni singola parola interagisce con le altre nel contesto per creare un effetto di senso, appunto una significanza. Dunque l'unità di senso del testo non sarebbe data dalle singole parole ma da tutto il testo e le parole perderebbero la loro referenzialità  che invece hanno nel linguaggio comune, ordinario. A seguito di ciò si crea una sostanziale differenza tra linguaggio comune e linguaggio della letteratura.