sabato 4 agosto 2018

NEXT TO ME. QUALSIASI COSA ACCADA RESTAMI VICINO.





NEXT TO ME. QUALSIASI COSA ACCADA RESTAMI VICINO.

durata lettura post min. 3:47,33 circa - grado di noia: dipende da quanto sei stronzo.
Questa mattina all’alba, con occhio contemplativo e bovino, carezzavo, al di là del riquadro della mia finestra bianca, i polposi rilievi collinari della città di Gubbio (che bella che è!), mentre l’irriverente boccaccia sorseggiava il vapore del mio caffè americano, l’altro occhio zampettava, curioso, tra le paginette luminescenti dei social network ai quali sono iscritto: SBENG! ECCOLO! L’occhione ceruleo sbatte proprio li, contro una “edicoletta votiva”che fa, orgogliosamente, bella mostra di se promuovendosi per il tramite della esibizione di un #hashtag a vocazione eroica.
Subito, per associazione tricologica, metto in relazione l’incolto barbone di Garibaldi, “Eroe dei due Mondi”, ovvero il Mercenario dei Mercenari, e l’incolto barbone del ex gimnosofista Osho: pace all’anima de li mortacci sua!.
L’eroico “santino” recita quanto segue: “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accadere. Permetti a ciò che è, di esistere. Lascia cadere ogni tensione e lascia che la vita fluisca, che accada. E ciò che accade, te lo garantisco, libera.” (N.d.r. Teoreticamente inconsistente)
AMEN!, mi vien da pensare e chiuderla li, poi però ci ripenso, faccio un saltello indietro, rileggo: “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accadere. Permetti a ciò che è, di esistere. Lascia…” … MINCHIA!
Frugo, con avida lussuria, nelle tasche del pigiama che non ho: m’è venuta voglia di un cioccolatino Perugina, … MINCHIA!, esclamo ancora.
Minchia! Ripeto un’altra volta, tra me e me, mentre il respiro dolce, costante e profondo, del mio super cane (disabile da più di un anno) fa da contro ritmo ai miei eroici furori (questa è una citazione colta per chi ha orecchie per intendere).
Penso dunque dico: di minchiate, nella vita, ne ho lette tante (ne ho anche fatte tante) ma questa è l’essenza stessa della minchiaggine.
Così, distolgo lo sguardo dalla terra di Francesco, il frate “straccione”, scorgo Guss(tavo) che mi guarda di sottecchi come solo lui sa fare, so già cosa pensa: “Non hai proprio un cazzo da fare, tu, alle sei del mattino di domenica, vero!? … vabbé, visto che mi hai svegliato, dammi un BISTECCA-LECCA, che ho fame”
(intanto penso)… mentre mangia che faccio, ne approfitto?
Gustav, posso leggerti una cosa!? 
“No! Non puoi”
Intuisco il veto ma leggo comunque la perla di saggezza che ho appena scoperta tra le pieghe, incancrenite, dell’ego umano … Guss mi guarda e sbadiglia, come a dire “roba intelligente ne abbiamo?”, poi continua …
… ”Ale, io torno a dormire, tu intanto di a quel tuo amico scrittore, prima di aprire la bocca solo perché ce l’ha in mezzo alla faccia, di provare a farsi una settimana nelle mie condizioni; digli di farsi svuotare la vescica 7/8 volte al giorno, di farsi aiutare a defecare altrettante, di farsi medicare, con paziente e meticolosa regolarità, le piaghe da decubito, di farsi girare e rigirare, con la costanza e la precisione d’una lancetta d’orologio, quel corpo che non ti risponde più, su quella cuccia che una volta, dopo aver corso e fatto la lotta insieme, era il mio riposo preferito (oltre al divano quando non eri a casa, ma tu questo non lo devi sapere) e che ora non abbandono quasi più; poi, digli di sperare che qualcuno si alzi dritto in piedi, come una sentinella, nel cuore della notte, ogni notte, senza guardare l’ora, per controllare se ho bisogno … ed io ho sempre bisogno di sentire che ci sei, che non tradisci mai la promessa che mi hai fatta il giorno che mi ha strappato dal canile in cui ero rinchiuso … oh! Intendiamoci: tutto bello quello che mi hai letto, bellissimo … ma non ha anima: un uomo cosi, non muoverebbe un dito per i suoi simili, figurati per un cane”.
Guardo Gustav, il mio super cane, l’occhio bovino della semplicità che non forza la vital’ho abbandonato da un pezzo, così provo, mi cimento sulla strada signata dal “grande” barbuto indù: osservo in silenzio quel corpo immobile, disteso, come battuto da canne come mosse dal vento e rivedo ogni accaduto che mi riguarda con lui, ogni tensione che invariabilmente accompagna il fluire della vita nel suo accadere e scopro quel che già so: che la vita accade sempre, in tutta la sua ex-tensione; tutto ciò che accade è sempre solo la vita (e per fortuna) senza garanzie a buon mercato, senza consigli saggi dispensati come caramelle ai bambini … arresto l’oltre che fluisce … rileggo ancora … “Vivi semplicemente. Non lottare e non forzare la vita. Osserva in silenzio ciò che accade. Lascia accader …”, 
MINCHIA!, non smetto di pensare,

lunedì 28 maggio 2018

SENTO.




SENTO. 
Ve ne fosse uno mai
che voltandosi indietro
si stupisse ancora
per il rovescio
dell’impronta lasciata…
dei tuoi piedi stretti e serrati
come le bocche cucite
di quei vicoli ciechi
nei paesi a strapiombo sul mare del mio Portogallo
eterno…
…ti sento.
e risuonano echi  per quelle mie orecchie da cane
che ho avuto per te
ogni notte da infermo
…ti sento
abisso che ho dormito da sveglio
soglia cho ho difeso
sentinella
nel buio guardando
l’inferno
…ti sento
d’un silenzio che esplode
il tuo respiro
il tuo corpo disteso
battuto da canne
come mosse dal vento
come le bocche cucite
di quei vicoli ciechi
nei paesi a picco sul mare nel mio eterno silenzio
…sento.





venerdì 29 settembre 2017

SALE

Sale
       Sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte

Sale
       Sulla linea di tempo che riparte il giorno e ricomincia la notte

Sale
       Sul ticchettare all’orologio che tratteggia il battere e levare delle ciglia veloci alle mie palpebre feroci

Sale
      Lungo il fiume apparente che il sole risplende

...le mie tende riapre sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte del giorno che riparte sulla linea del tempo e ricomincia il battere apparente sulle mie palpebre veloci che il sole risplende alle mie ciglia feroci sulla linea dell’orologio tratteggia il ticchettare
…tic
        …tac
…tic
        …tac
...tic
        ...tac …e ricomincia la notte


       sulla linea di fumo che disegna l’orlo all’orizzonte in battere e levare
Sale

venerdì 22 settembre 2017

ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.



ZIO PAPERONE E’ UNO CHE S’INCAZZA FORTE.

Nella biblioteca del mio nano-loft modenese ci sono alle pareti, appesi come prosciutti, 5000 libri circa (ci sono anche i quadri, pochi per la verità, peraltro non assoluta, e i libri, forse, sono un poco meno)
..."...li hai letti tutti?"(voci dal coro)
“...chi se ne frega!”(voce che sfancula il coro).
E lo so!, come inizio è un poco debole, moscio moscio, ma tant'è.
La verità è che zio Paperone è uno che s'incazza forte: medita, rimugina e rumina, rumina e rimugina e, "mumble..., mumble...", carica la bombarda, s'infila la vecchia tuba e ...bhè il resto lo sapete.

. L’antefatto.
Sfrucugliavo (anche sfruculiare va bene), pochi giorni addietro, su LinkedIn e, sfruculia che ti sfrucuglia, m’imbatto in alcune immaginette votive, prontamente arredate dai vari editori dei relativi “pulse”, sulla nitida bellezza della tecnologia e la grandezza di questa moderna invenzione: che stupore i "nativi digitali" di qua, i "millenials" e "pirla 2.0, 3.0, 4.0” di là; per non dimenticare poi gli "eroi" della banalità che stanno un po’ qua e un po’ là.

TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO - PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
TECNICA – LAVORO – PAROLA - LAVORO.
E POI… L’ESSERE UMANO.

Il mantra-martello picchietta sui coglioncini di cristallo.

. La scimmia nuda.
Inforco i miei occhialoni di tartaruga (Bombay Book Club, Paul Frank, “oculi de vitro cum capsula” nero, arancione e beigeSSS su plastica) e mi pro-jecto a capofitto nelcontest dei content; leggo avidamente alla ricerca dei contenuti di senso dei “pulse” (ammetto che qualche d’uno è di rilievo); leggo, leggo ancora, rileggo un’altra volta: il nulla, a parte le parole naturalmente.
E già, le parole...la parola è una tecnica (tèchne) pensola lingua una tecnologia. (n.d.r. so che qualche "anima bella" freme dalla voglia di farmi presente la lezione di M. McLuhan su “medium e messaggio”)
La parola di tutti i giorni, di tutti i secoli prima di noi, è una tecnica (la parola ci “fa”, come dire, ci pro-duce da sempre, da quando l’uomo è il medium-parlante) e non semplicemente nel senso banale, cioè comune, di modalità operativa; la parola è una tecnica in quanto fondamento di una tecnologia: la lingua appunto (l’ho già detto? ehhhh vabbé, ho l’alzheimer!).
Mumble..., mumble...; quindi, se la cosa sta accussì, il punto, mi pare, sul quale “sculacciare” la faccia ai guru guru è questo: amici cari, non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché semplicemente non c’è.
Perché dico sta robetta da nulla?
Perché la dicotomia: qui l’uomo, laggiù la tecnica, celebrata, più o meno esplicitamente, nei “Pulse”, nei “TED” nei “Bip” o nei “Bop”, è una minchiata; ergo: non si da una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell’uomo, perché non c’è.

NON ESISTE L’UOMO SENZA LA TECNICA!
(n.d.r. Non foss’altro perché è lui che la produce ovvero l’uomo produce se stesso insieme alla sua tecnica, ma questa è roba per fighi pazzeschi, sorvoliamo per il momento)

. La scimmia nuda s'infila le mutande.
Ora, mi rendo conto che chi si prendesse mai il disturbo di leggere quel che qui scrivo potrebbe domandarsi: dunque?
Dunque, amico caro, fai bene attenzione che la stragrande maggioranza dei guru-guru parlanti per il tramite di questo net-work, LinkedIn appunto, parla, per lo più, senza sapere di parlare (per la verità non sa nemmeno quello che dice quando è parlata dal linguaggio, direbbe quel gran pezzo di figo di Heidegger): e scrivono pure libri!
Naturalmente scrivere libri va benissimo, le biblioteche ne sono piene; persino io, come scrivevo sopra, ho una biblioteca poderosa... si, si, quella del nano-loft modenese.
In ogni caso la robetta da nulla di cui scrivo, come un qualsiasi scemetto di questo mondo, ha le sue fondate ragioni anche nel breve confronto scritto che ho avuto recentemente con Ivan Ortenzi, qui su LinkedIn, in merito al suo intervento tenuto al #BIpFF17 presso il milanese Palazzo Mezzanotte. (Cfr. https://youtu.be/czXJNa0ljao)
Il contesto è grossomodo quello che segue:
Ortenzi, dopo una lunga introduzione a vocazione storiografica, indugia per un istante sul da dirsi per poi sfoderare una sciabolata concettuale che avrebbe lo scopo di tagliare di netto il “fare” dell’uomo tecnologia da sempre, relegando, quindi, tutto quel che c’era prima in una indefinita oscurità primordiale, per sostenere che “all’improvviso avremmo a disposizione dei (n.d.r. oKKio a sta parola) dispositivi” tecnologici il cui obiettivo sarebbe migliorare le nostre “performance” cognitive (n.d.r. e la madonna!, ma dai?), cambiamento al quale l’essere umano non è abituato perché ha sempre mantenuto la famosa “Ars” romana come caratteristica unica del nostro vivere su questo pianeta.”.
Ergo, continua Ortenzi, “in maniera manifesta, da adesso in poi, dovremmo confrontarci con qualcuno o qualcosa che potrebbe pensare meglio di noi.”; tutto questo è, a suo dire, molto pericoloso.” (n.d.r. vai col liscio!)
Ora, onde evitare che mi decollino le palle nell’empireo, pongo la questione cosi: chi ha disposto i dispositivi tecnologici atti a migliorare le nostre “performance” cognitive?
Quale la sua cognizione di causa?
E come si è disposto, egli stesso, rispetto alle operazioni che sarebbero in atto al fine del cambiamento epocale degli abiti mentali dei suoi simili, ovvero, alla fine di tutto, il nostro “DIVINO ARTEFICE” lo sa che non si da una tecnica al di là dell’uomo che preceda l’uomo ovvero che lo prescinda?
E’ evidente anche al mio nipotino di due anni che pensare così, prima delle mie domande ingenue, è una superstizione tipicamente umana, troppo umana, giusto per evocare Nietzsche.

. L’uomo e la tecnica dunque.
Che ARGOMENTONE! Già, ma quale uomo?, quale uomo e che cosa è l’uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli “strumenti” per definirlo?, direbbe Kant.
Ora, se guardiamo bene, chi pone tali quesiti all’uomo è un uomo, il quale, appunto, s’interroga a sua volta e pone le sue domande a partire dalla tecnica, tipicamente umana, del parlare per il mezzo dello strumento o se preferite del dispositivo della parola, ovvero mette in atto la più tipica delle tecnologie dell’uomo: la parola e la sua lingua.
Per inciso, giusto per evitare che i soliti “folletti della foresta” se ne escano con proposizioni sciocchine nel tentativo di insinuare un qualche recondito odio da parte del sottoscritto verso il processo tecnologico in atto, si sappia che non ho alcuna resistenza verso il processo tecnologico in atto (in atto peraltro da quando l’uomo si è tirato diritto sugli arti inferiori liberando mani e bocca), processo del quale anche io, evidentemente, faccio parte come corpo agente, come corpo strumento con tutte le sue proiezioni/protesi esosomatiche; protesi/proiezioni alle quali conferisco una protensione di senso (tutti lo facciamo) per il medium di un transfert esterno, autorappresentativo, che è lo strumento o se preferite il dispositivo di relazione esosomatica: il linguaggio!
Il linguaggio è una protesi esosomatica edificatrice di senso per il medium dei suoi segni/simboli.
Qualsiasi strumento o dispositivo esosomatico è rappresentazione agente del mondo: lo è producendo effetti nel mondo e, per effetto del suo rimbalzo, traendo effetti dal mondo.
Dunque, miei cari adoratori di feticci apotropaici, alla radice del lavoro sta sempre la tecnica/tecnologia parola con la sua lingua e tutti i suoi possibili linguaggi: altro che Lewis Mumford!

P.s.: riporto, qui sotto, per dovere di cronaca, lo scambio avuto con Ivan Ortenzi cui faccio riferimento nel post.
O.: Riscoprire l'importanza di essere umani per gestire singolarità ed età dei robot è veramente 0.0
T.: Ivan Ortensi, sulla postura del pensiero che sottende al concetto "essere umani 0.0, 0.1, 0. nulla, avrei le mie perplessità: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? La tecnica, ed il lavoro che la costituisce, non è un evento o fatto recente ma antichissimo. La "parola", giusto per produrre un contenuto di senso, è una tecnica e lo è in quanto fondamento di una tecnologia: il linguaggio appunto; pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza, non esiste una tecnica prima dell'uomo. Sostenere che arriverà una tecnologia che migliorerà le capacità cognitive di ogni essere umano è privo di senso tanto quanto sostenere che l'uomo non vi sarebbe abituato: la presunta tecnologia atta a migliorare i processi cognitivi umani è, guarda caso, il risultato prodotto di processi cognitivi tipicamente umani , processi che già la trascendono in quanto la precedono e la fondano. Pertanto la proposizione "...qualcuno/qualcosa (a.i. suppongo) che potrebbe pensare meglio di noi" pensa, si fa per dire, sempre a partire da chi l'ha pensata e messa in atto ovvero un essere umano. A chiosa di quanto sopra ribadisco: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Un caro saluto Alessandro
O.: Caro Alessandro, dissento totalmente. Mi permetto di dire che le tue osservazioni attengono proprio a quel modello cognitivo lineare che sarà messo il profonda crisi da AI, singolarità e nuove macchine senzienti. Per capire tutto questo dobbiamo trascendere il modello lineare. Siamo capaci di farlo, lo abbiamo fatto con la teoria della relatività relativa e con la meccanica quantistica solo per citare due esempi recenti. Mi permetto anche di dire che " non succederà mai" è proprio quello di cui non abbiamo bisogno ora. Ti suggerisco anche di approfondire alcuni elementi di analisi della relazione uomo, tecnica e innovazione leggendo il prezioso lavoro di Lewis Mumford. Ad maiora.
T.: Ivan grazie della sollecita risposta. Inanzi tutto in particolare cosa mi suggerisci di rileggere (ancora?) di Munford? A seguire: legittimo dissentire, in parte o nella totalità, da una posizione intellettuale altra dalla propria (è cosi?) salvo poi argomentare ex professo, rispetto alla posizione non condivisa. La questione sollevata è l'uomo (con la sua tecnica e quindi i suoi prodotti); io ho domandato: quale uomo? Che cosa è l'uomo, cosa lo definisce ovvero chi lo definisce? Quali gli "strumenti" per definirlo? Per inciso è, quella che precede, la domanda che sottende tutte le operazioni concettuali che conducono il caro Einstein alla sua Teoria della Relatività (non solo quella naturalmente), il quale, per altro, aveva perfettamente chiaro che la "parola" (logos) è una tecnica; io non ho posto la questione della bontà o meno della tecnica, io ho posto in evidenza che distinguere l'uomo dalla tecnica è un errore pericoloso oltre che una insensatezza "cognitiva", se preferisci posta così la questione, infatti ho scritto: pensare una tecnica, o una domanda sulla tecnica, al di là dell'uomo è una insensatezza. Per spiegarmi meglio: non esiste l'uomo senza la sua tecnica. Dire "della relazione uomo, tecnica e innovazione" secondo questa tecnologia della parola (nella sua pratica orale o di scrittura) è una insensatezza, qualsiasi tecnica con la sua pratica tecnologica arriverà sempre per mezzo dell'uomo con l'uomo.
Dimenticavo: quando, da uno "strumento" (tecnologia), emerge l'umano? Altrimenti dal discorso che hai proposto al tuo pubblico non si apprende quello che, opportunamente, solleciti quando parli di "esseri umani" e "trascendenza" . P.S. in luogo di "Al di Là" io preferisco dire "A di qua per differenza". 





venerdì 8 gennaio 2016

AMEN. TUTTO IL MALE CHE TI HO VOLUTO FARE.

AMEN.
...TUTTO IL MALE CHE TI HO VOLUTO FARE.

E non c'è paura, non un mare di spine da camminare.
Con piedi nudi,
 ...distratti e meschini.

Non c'è paura nel nulla da fare che scorre stabile,
... è come uno sguardo di sfida che mi fissa costante,
 ... impassibile e sornione.

E io a mia volta lo sto, fisso, a guardare, gli faccio il cenno lanciando il mento all’insù come a dire “ti serve qualcosa?” mentre penso (oltre ad andare a cagare?);
 ...lo so che ci sa fare, lo sa che ci so fare, ci so fare da morire, fino a morire.

E lui ha il tempo d’aspettare, che io il tempo però non lo so contare, neppure immaginare
...così ci stiamo a guardare e poi aspettare,
...perché lui ha tutto il tempo di aspettare però io il tempo non lo so contare.

Ed ora è  lui che non lo può immaginare.

...bhammmm!

È la mia scure che cade come un uscio che schiude sulla soglia bagnata di folla,
...sai come si dice “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

Sei tutto per me, sei tutta per me,
 ...che d’intenzioni buone non ne ho mai avute, neppure per te che m’amavi e t’amavo,
...e poi ti guardavo come una carne che giace, come un pasto qualunque,
... che ho mangiato,
...che han mangiato
 ...ma in fondo che m’importa la fame?

 La fame non sa ragionare ed io di fame ne ho avuta tanta,
...tanta da morire, tanta da immaginare tutto il male che ti potevo fare,
... tutto il male che ti ho saputo fare,
...tutto il male che ti ho voluto fare.
AMEN

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ.

Tempo di lettura del post: 2 minuti, 58 secondi 78 primi (02:51,78)
Dire d'avere il coraggio della verità (o che serva avere il coraggio della verità) è un'affermazione ingenua e priva di senso.
(Qui sotto lascio uno spazio per la pro-posta che vorrai scrivere in proposito della tua verità) 
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Posta la verità: una, pura e semplice (è evidente che non è così), inscindibile e tutta d'un pezzo come un Moloch.
Ecco che, poste le premesse, per chiunque sarebbe impossibile dirla una siffatta "verità", ergo figuriamoci (di) scriverla. 
E si perché, detta così, la parola "verità" (?), rimane un feticcio del linguaggio, priva del suo concetto di fondo, quindi di tutte quelle operazioni che al concetto o alla  nozione (sono sinonimi) conferiscono la sua genealogia; ecco, dunque, come la parola "verità", vale del resto per qualsiasi parola, perde il suo effetto di senso. (se vuoi prenderti il disturbo..., su operazioni e concetti, puoi leggerti, tra gli altri, Percy W. Bridgman - anche G.W.F. Hegel in proposito ha qualcosa da dirti).
Quindi (domandi tu)? Quindi se mi rivolgi una sollecitazione del genere significa che sei ingenuo due volte, che hai letto con sufficienza e miope arroganza, che hai, appunto, guardato ma non hai visto; non hai visto che ho scritto: "...ergo figuriamoci (di) scriverla"; la questione sta qui, nel farsi figura, o prender figura, della nostra supposta verità: il suo fine è (di) essere immaginata e venir scritta da te.
Che "verità" è una verità che non si lascia scrivere, che non è signata!?
E' una "verità" che non c'è; il "dire" la "verità" è sempre postumo, non esiste una "verità" che non sia accaduta; la "verità prende figura mentre si fa: ecco che accade.! Tuttavia la "verità" non indica, sic et simpliciter, qualche cosa che è accaduto nei fatti, non è una mera scienza di "fatti", una scienza così è solo l'inventario di "verità" morte ("...le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto", cfr. E. Husserl - La crisi delle scienze europee -), e di siffatte donne ed uomini il Mondo erutta.
La "verità", quale che sia, pretende come suo irrinunciabile presupposto l'atto di fede, ovvero che tu creda, per lo meno in quel che fai, cioè in quel che scegli  di volere per te e per gli altri: per te quando immagini in figura la tua vita, per gli altri quando de-cidi, disegnando l'orlo delle cose che fai per la vita altrui (famiglia, azienda, professione,...).
Ogni tua scelta privata o  pubblica/professionale (rifletti sul concetto che sta dietro questa parola) de-cide cioè divide, separa scrivendo, definitivamente, la figura della distanza da-, ma anche della vicinanza a-: questo scrivere la "verità" definisce tutti i perimetri ed i loro "orli" di senso, non puoi sfuggire a questa prassi di "verità" e nemmeno al suo rimbalzo.
Non chiedermi, ora, cosa intendo dire "veramente", hai capito benissimo; hai capito benissimo che come quell'uomo ricco della parabola evangelica, quell'uomo pio e devoto (alla famiglia, all'azienda, alle parole ed alle cose, a tutte le sue pratiche di vita quotidiana) ed anche onesto (si ho scritto onesto!), che come quell'uomo, fatto di pretesa dignità ed onestà pelosa ed insensata, manchi di una sola cosa: getta via tutte le inutili "parole", tutte le inutili "cose" e vai scrivendo la tua "verità".
Ora quel che manca qui per mia ignoranza, ti prego, scrivilo tu.
Alessandro

martedì 17 novembre 2015

TIM COOK E L'ECONOMIA 0.PIRLA (si legge: zero punto pirla), ovvero l'estensione circolare del dominio e della manipolazione sull'ethos

TIM COOK E L'ECONOMIA 0.PIRLA (si legge: zero punto pirla), ovvero l'estensione circolare del dominio e della manipolazione sull'ethos

"Lettore!, se nel leggere questo post ti sentissi, via via, direttamente interpellato, coinvolto a qualsiasi titolo o ragione e moralmente chiamato in causa, molto probabilmente è così. Nel caso poi ti venisse prurito da qualche parte per l'irritazione, beh!: gratta pur dov'è la rogna. 
INCIPIT TRAGOEDIA
«Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato». Tim Cook (S. Jobs)
Quella che avete letto qui sopra è una delle tante "perle di saggezza" che Tim Cook ha dispensato, giusto uno schizzetto di giorni fa, presso l'affollatissima aula magna della università Luigi Bocconi, al suo "popolo adorante" accorso numeroso per assistere al gran varietà "religioso" della nuova chiesa "Economia 0.pirla", il quale, sguardo mite del bovino e fauci spalancate (se non vale per la totalità dei presenti, vale sicuramente per la grande maggioranza), s'apprestava a deglutire  il mare magma delle "banalità del male" (questa l'ho rubata alla Arendt) dispensate dal presidente-messia di Apple.  https://youtu.be/sdMvKJ1TE4g fonte UniBocconi
1.In principio era la lingua.
Leggendo l'articolo (naturalmente mi sono preso il disturbo di leggere anche altro) pubblicato il 10 novembre u.s. su La Stampa, dopo il titolo, che qui di seguito riporto «Non siamo qui per far soldi, ma per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato», mi sono imbattuto in un ossimoro meraviglioso, ecco il testo in grassetto:  "Preceduto dai discorsi del presidente della Bocconi Mario Monti (l'uomo che altrove ha dichiarato, da Presidente del Consiglio dei Ministri, che la Grecia era la "...manifestazione più concreta del successo dell'euro" la nota è mia - https://youtu.be/hHqM1-hhCvA  ) ... Cook ha parlato per una ventina di minuti scarsi, leggendo il suo intervento da un iPad Pro (che sarà in vendita!!! questo fine settimana)"...che sciocchino (leggi pirla) che sono!, io avevo capito che non fosse venuto qui per far soldi. - http://goo.gl/hDSNaa  fonte La Stampa
N.B.:L'ossimoro, come è noto, consiste in una divergenza di senso e nel nostro caso in una palindromia eterotopica.
2.Un leader carismatico.
Cook è un leader carismatico, come dubitarne?; perfetta incarnazione di ciò che Max Weber credeva fossero le condizioni ottimali per l'avvento di una tale potente figura. Perché, a sentir lui, Max,  l'avvento del leader carismatico è legato alle condizioni sociali vigenti, e più in generale a particolari periodi di miseria psichica, economica ed etica: la nostra per l'appunto.
Ecco, dunque, che il leader sarebbe, vado a spanne, una personalità esemplare, attento ai cambiamenti (un annusatore dell'aria che lo circonda), capace di assumere i rischi ed esporsi al pericolo, dotato di una visione del mondo e disposto a metterla in atto: INSOMMA UN FIGO PAZZESCO!
Così figo, "diretto e veloce" che quello che s-fugge non è solo la vuota e insensata somministrazione di retorica che, con studiata parsimonia, il  CooKone di Cupertino dona ai suoi chierichetti, ma sfugge pure che la forma estetica della retorica, di cui dispone Tim, non lascia spazio all'etica: qui siamo di fronte al trionfo assoluto dell'estetica sull'etica! (Invece sul significato etimologico del termine comunicazione leggetevi, eventualmente,  Montaigne, capitolo VIII volume terzo dei Saggi, "Dell'arte di conversare").
Il tipo di società che  il Cook celebra (il poveretto, credendo di dirigere il coro dal di fuori, non si avvede che anche lui sta dentro questa celebrazione con tutte le sue operazioni), con sofisticato artificio e con sottile compiacimento (quanto ci gode!) è una società che tende a celebrare i sofismi tipici del management, la comunicazione stessa cambia costantemente forma (nel caso di una eventuale obiezione del pensiero critico si verrà rimproverati perché o si è sempre fraintesi o si voleva dire sempre altro), questo continuo, istrionico, rimbalzo del dire è la manifestazione più evidente della volontà di rendere disponibile e credibile il paradigma che celebra, sempre e comunque, declinando però al plurale, l'individuo padrone di se, che nutre la massima fiducia in se stesso e non si lascia influenzare dagli altri (libero e padrone purché si sottometta, alle regole del gioco altrui): “E’ possibile esprimere i propri valori nel lavoro che si svolge. Se riuscite a infondere valore con il vostro lavoro riuscirete a rendere il mondo un posto migliore. L’azienda giusta è quella che lascia un segno nel mondo. Io l’ho trovata nella Apple, e oggi sono grato di far parte di un’azienda che fa qualcosa di più utile del semplice profitto. Noi alla Apple vogliamo fare il miglior lavoro nella nostra vita: questo è il modo per identificare i nostri valori nei prodotti, prodotti rivoluzionari che permettono alle persone di fare cose che non hanno mai fatto in passato, prodotti che effettivamente collegano le persone e che cambiano tutto”http://goo.gl/XCLMlo fonte La Stampa
Ma i valori di chi!? Quali valori!? Cook non lo sa ma il concetto o nozione di valore morale, che è strettamente correlato a quello di persona (la morale è la forma etica del soggetto, è il suo ethos"), appartiene solo ed esclusivamente all'esercizio della libera volontà di ogni donna e di ogni uomo, i quali possono esprimerli, nel mondo, senza bisogno di lavorare per la Apple o qualsiasi altra azienda; perché i valori della persona non si esprimono facendo il miglior lavoro della vita in Apple, al fine di identificare quei valori con i suoi prodotti (ovvero essere disposti ad accettare valori morali, contenuti nei codici etici aziendali, decisi e codificati secondo il maggior utile dell'azienda: leggeteli quei codici!, capirete bene cosa intendesse Nietzsche con l'espressione "morale per gli schiavi"). http://goo.gl/CF6GZK fonte La Stampa "I dipendenti degli Apple Store a Tim Cook: i controlli nelle bose sono umilianti".
3.E via di saponetta.
Il punto è che Cook (non solo lui naturalmente) è convinto che il lavoro sia sinonimo di profitto, non esiste, per quelli come lui, un fare dell'uomo che sia lavoro senza generare profitto da convertire in azioni finanziarie, cioè debiti da vendere e rivendere senza limiti, infatti per lui è fondamentale non perdere mai  l’idealismo (?), conservare i propri valori (?) e la propria passione (?), perché «L’ambiente degli affari, le università, sono luoghi di competizione. Ma io ho capito che c’è un’altra possibilità, collaborare. I compagni di università con cui l’ho fatto, dal primo giorno di università alla Duke, ora sono tutti in posti di leadership»: ecco appunto! - http://goo.gl/jhjZOJ fonte La Stampa
Se fosse ancora vivo il Principe Antonio de Curtis alias Totò, un uomo che ragiona così, lo spernacchierebbe senza tregua seppellendolo (potrei fare memoria del grande Pasolini sui concetti di "progresso" e "sviluppo" ma mi limito a linkarlo(come parlo digitale!) - https://youtu.be/og05K5XTHMI ), e quindi, di limite in limite, mi appresto a ricordare che il grande economista inglese J. M. Keynes, col suo aplomb, liquiderebbe Tim, all'incirca come segue: "Le idee degli economisti (per estensione gli uomini alla Cook) e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quando comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose al di fuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si ritengono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto (anche vivente aggiungo io). Pazzi al potere (gli uomini della leadership di Cook!), i quali odono voci nell'aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro."
Qualcuno, altrove (la fonte è del tutto superflua), si è preso il disturbo di scrivere che "Tim Cook in uno dei momenti più emozionanti del suo discorso ha detto:  « Speak Up! Fate sentire la vostra voce. Il mondo non è mai stato così connesso come in questo momento. Non ci sono mai state così tante opportunità di far sentire la vostra voce...", purché la vostra voce coincida con quella dellazienda giusta, quella che lascia un segno nel mondo, affinché il modo si identifichi nei valori e nei prodotti rivoluzionari che permettono alle persone di fare cose che non hanno mai fatto in passato. Appunto.
Salute dunque e buon iPad Pro vi faccia.
Alessandro Tesini